Lazio, Platone il “greco” e la semestrale: più luci che ombre nella caverna del bilancio

Lazio, Platone il “greco” e la semestrale: più luci che ombre nella caverna del bilancio

di Arianna MICHETTONI

Di Platone, filosofo greco (non a caso) e detentore della conoscenza immortale, è bene contestualizzare la sempre attuale e più famosa allegoria – il mito della caverna e delle ombre proiettate sul muro. La cui morale è estremamente sintetizzata: riguarda la scoperta della realtà delle cose, dove un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione e i prigionieri della caverna invece, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo poiché incatenati fin dall’infanzia, sarebbero portati ad interpretare le ombre come reali.
Una digressione necessaria per esemplificare coerentemente la situazione creatasi a seguito della lettura della relazione finanziaria semestrale della Lazio. Viziata da una continua, ostinata ed evidentemente subdola condotta di un comunicatore di cui verrà taciuto il nome, nella convinta opposizione al “bene o male, purché se ne parli”, ma di cui verrà analizzato il punto di vista – o chiave di lettura, o modo di intendere che un’affermazione sia vera solo perché non se ne è dimostrata la falsità. E tuttavia non si deforma o ingigantisce l’argomento al sol fine di modellarlo utilmente o per uno scopo; poi, senza alcuna pretesa di comprensione economica superiore al comune buon senso o alle banali facoltà intellettive e di discernimento, si procede quindi ad una più bilanciata – è proprio il caso – interpretazione.
La S.S. Lazio ha terminato il primo semestre dell’esercizio 2015/2016 – la società chiude il bilancio a fine Giugno – con ricavi per 47,02 milioni di euro, in aumento del 23,5% rispetto ai 38,08 milioni ottenuti nello stesso periodo dello scorso esercizio. Il risultato netto è stato negativo per 5,21 milioni di euro, rispetto al rosso di 11,85 milioni del primo semestre del 2014/2015. A fine dicembre l’indebitamento ammontava a 15,1 milioni di euro, rispetto ai 17,96 milioni di inizio esercizio. Riportata così nella sua integra oggettività, l’analisi proposta pare trascinare la Lazio prepotentemente lontano dal paventato e (troppo poco) temuto baratro: il passivo è diminuito, i ricavi sono aumentati. E, nello specifico, il prospetto semestrale difetta di introiti che, per pura dedizione matematica, non è difficile elaborare: i ricavi della partita di Coppa Italia contro la Juventus, disputatasi in data 20 gennaio 2016; e i proventi derivanti dalla competizione europea, ovvero nelle sei partite del girone il premio per ogni vittoria consiste in 360mila euro e per ogni pareggio 120mila euro; il primo posto nel girone viene compensato con 500mila euro, stessa cifra è disposta per le squadre che disputano i sedicesimi di finale; le partecipanti agli ottavi ricevono 750mila euro – e qui stanno i limiti della conoscenza di ciò che è già accaduto.
3,4 milioni di euro – approssimati per difetto – rappresentano quindi il guadagno, solo stimato, del percorso biancoceleste in Europa League e a tale somma deve sommarsi il restante 50% del market pool, del valore complessivo di 152,4 milioni di euro e così distribuito: proporzionalmente secondo il valore del mercato televisivo dei club che partecipano alla UEFA Europa League (dalla fase a gironi in avanti); secondo il sistema in vigore, metà del valore di ciascun mercato verrà ripartito tra le squadre a seconda dei risultati a livello nazionale nella stagione precedente, mentre l’altra metà verrà suddivisa in un numero di quote pari al numero di turni della competizione e distribuita ai club nei vari turni della UEFA Europa League. Poiché trattasi di diritti televisivi, è giusto menzionare ancora l’accordo stipulato pochi giorni or sono dalla Lega Serie A: nelle casse biancocelesti confluiranno perciò altri – approssimativamente – 57 milioni di euro.
Tanto basta per far tacere pretestuose congetture finanziarie, poco ponderate e poco lungimiranti nella piatta proposizione a retorica contestativa: i 15 milioni di euro, in definitiva e citando il Direttore amministrativo Marco Cavaliere, fanno riferimento ad un indebitamento finanziario netto autoliquidante. È un dato che rappresenta la somma di disponibilità liquide sui conti correnti (circa 9,5 milioni di euro) e un indebitamento di 24 milioni. Questo comprende una cifra di 7 milioni che sono un residuo del mutuo per l’immobile del centro per cui sono state pagate delle rate anticipatamente. Ne deriva una differenza di 17 milioni che consiste in delle anticipazioni su ricavi relativi al semestre successivo. La situazione finanziaria è assolutamente sostenibile e andrà a diminuire nel tempo. Il cash flow è positivo, è stata prodotta cassa. 6 milioni sono stati già chiusi a gennaio, altri si chiuderanno in funzione degli incassi che percepiremo dalle competizioni europee.
Ci si può soffermare allora, esaurito l’esercizio del far di conto, sulla capacità linguistica e le variegate applicazioni della terminologia italiana: la citazione, ovvero la riproposizione sistematica di dati non affetta da un apporto personale, può avere insoliti risvolti se estrapolata dal contesto. Si apprende dunque dal comunicatore, con però poca attenzione alla coerenza, che i ricavi da sponsorizzazioni e pubblicità hanno fruttato nel semestre 5,052 milioni di euro – salvo poi ritrattare, motivo di scherno delle capacità economiche e finanziare altrui: i ricavi per sponsorizzazioni ammontano a 575.000 euro e sono rappresentati, per 571 migliaia, dai ricavi derivanti dai contratti perfezionati con la Macron S.r.l per la qualifica di sponsor tecnico. Le voci “Proventi pubblicitari” e “Canoni per licenze, marchi, brevetti” – che costituiscono, con circa 4,467 milioni di euro, la parte rilevante del complessivo ammontare di 5,052 milioni di euro di cui sopra – vengono omesse o deliberatamente non approfondite, ed il motivo pare essere unico: avvalorare una tesi distorta gettando discredito alla chiarezza dei fatti.
O, ancora, tacerne del tutto altri: la Salernitana, squadra di cui il presidente Lotito è co-proprietario e che figura tra le voci di bilancio soprattutto in virtù dell’impiego e valorizzazione del proprio patrimonio sportivo – principalmente del settore giovanile. Società satellite, così come comunemente definita, è la formazione che negli anni ha infatti permesso la crescita e la maturazione – quasi gratuita – di un cospicuo numero di giovani talenti biancocelesti. E ciò che però non viene debitamente sottolineato è quel che implica questa sinergia, per la non applicazione di quelli che altrimenti sono stabiliti come “premio di rendimento” e “premio di valorizzazione”: il primo è a favore della società cedente, determinato con criteri specificatamente definiti negli obiettivi che si devono conseguire per pretendere e ottenere il pagamento del premio. Ed è in genere il motivo per cui giovani prospetti, alla soglia del raggiungimento della clausola accordata, vengono lasciati in panchina o non più impiegati nelle scelte tattiche – non per demeriti del calciatore, che vede interrompersi la possibilità di un miglioramento costante per una cifra che non si vuole versare. Il secondo è un compenso stabilito dalla società che controlla il calciatore alla squadra cui va in prestito, da versarsi qualora il giocatore raccolga un preciso e concordato numero di presenze – ma è una soluzione che comporta un certo esborso per le società cedenti. Il risparmio biancoceleste, che nella pratica del prestito dei giovani – ancora acerbi per la massima serie – alla Salernitana ottiene la massima resa con il minimo sforzo (economico ed amministrativo) è più volte sottovalutato o taciuto nella sua quantificazione, pur imprecisa – e non è poi consuetudine solo laziale: sono diverse le società di serie A che si avvalgono di simili soluzioni per lo sfruttamento contrattuale e manageriale dei propri tesserati (si veda la famiglia Pozzo e i vari scambi tra Udinese, Watford e Granada, le tre società di proprietà).
Parafrasando, c’è questo e molto di più nella semestrale approvata – e contestata con così poco rigor di logica, pure nelle principali operazioni di mercato: il bilancio ne riporta infatti il costo comprensivo di eventuali oneri accessori di diretta imputazione, ovvero specifica che il valore della voce diritti pluriennali alle prestazioni sportive dei calciatori è data dal prezzo pagato per il trasferimento del contratto in corso tra la società sportiva e il calciatore e tale valore comprende anche gli oneri accessori di diretta imputazione – costituiti principalmente dai compensi riconosciuti dalle società a favore di agenti di calciatori che hanno mediato il trasferimento dei calciatori in forza di regolare mandato. Le cifre emerse riportano quindi questa semplice addizione, immediata in una lettura imparziale e troppo elementare da giustificarne un’assenza come semplice dimenticanza.
Soprattutto se, ad avvalorare una tesi disfattista, si assume a termine di paragone la condizione giallorossa – omettendo o sofisticando le informazioni a tal punto da ridurre drasticamente (seppur solo all’apparenza) la portata dell’avversa situazione romanista: la società cui fa capo James Pallotta, infatti, ha registrato nel primo semestre dell’esercizio corrente un risultato negativo pari a 3,4 milioni di euro (e, ad ulteriore titolo esemplificativo, l’Inter ha chiuso la sua semestrale con un risultato negativo di 30 milioni). Sotto il profilo finanziario non si prevede una significativa diminuzione dell’indebitamento, pari a fine 2015 a 126,8 milioni di euro (quello dell’Inter, invece, ammonta a circa 180 milioni).
A tal proposito il gruppo ha adottato una serie di processi finalizzati a garantire un’adeguata gestione delle risorse finanziare, che permetteranno di far fronte ai fabbisogni derivanti dall’attività operativa, dagli investimenti effettuati e dai debiti finanziari in scadenza nell’esercizio. Infatti, qualora il gruppo non fosse in grado di reperire le necessarie risorse finanziare, al fine di far fronte al proprio fabbisogno, dovrà fare affidamento, senza pregiudizio per la prosecuzione dell’attività sociale, sul realizzo dei suoi asset aziendali, ed in particolare sui valori dei diritti pluriennali alla prestazioni sportive dei calciatori, il cui valore di mercato complessivo, ampiamente superiore al valore contabile, rappresenta una solida base di sicurezza per la continuità ambientale. Il burocratese può essere riassunto in un perentorio “cessioni in caso di problemi” – una chiusa non così rosea, se comparata – per puro esercizio intellettuale – alle conclusioni biancocelesti: il management della S.S. Lazio prevede che possano essere raggiunti gli obiettivi prefissati nel breve/medio periodo e soddisfatti gli impegni finanziari assunti.
Chi sono le vittime di un’allucinazione collettivaPresumibilmente, coloro incapaci di oggettivizzare il rapporto causa ed effetto: l’epurazione estiva c’è stata, sono effettive le operazioni portate a termine dalla dirigenza biancoceleste al fine di qualificare ulteriormente la rosa attuale. Tuttavia, ad affiancare lo sforzo in uscita, c’è stato pure un mercato in entrata: ora il monte ingaggi comprende le cifre disposte a Milinkovic-Savic; Hoedt; Patric; Morrison; Kishna – cui si aggiungono gli adeguamenti contrattuali seguenti ai rinnovi degli atleti: Felipe Anderson, un esempio su tutti, ha raddoppiato il suo stipendio – parimenti alle operazioni recentemente concluse con Senad Lulic e Federico Marchetti, con aumento della retribuzione che si rifletterà nei prossimi bilanci. Si evince però un decremento dei compensi contrattuali dei calciatori: 21.258 milioni di euro al 31 dicembre 2015, a fronte di 23.004 milioni di euro al 31 dicembre 2014 – per tale dato si rimanda al paragrafo 32.2 di pagina 60.
Un nesso logico in prospettiva qualità-prezzo: a partire dal contratto di mister Pioli, in cui era inserita una clausola che garantiva il rinnovo automatico fino al 2017 (con opzione per il 2018) e aumento dell’ingaggio dai 500mila attuali ad un milione di euro in caso di raggiungimento dell’obiettivo europeo – ecco giustificato un aumento del costo, il valore di una prestazione è dato dal risultato raggiunto, in fin dei conti. Considerazioni trasponibili pure al settore giovanile, così come confermato ancora dal Direttore amministrativo Marco Cavaliere: l’investimento nuovo progetto academy è fondamentale per coltivare i talenti e seguirli in modo più approfondito all’interno della struttura. Sono cioè cifre tese all’obiettivo di produrre valore.
Tanto quanto riguarda l’attività delle parti correlate, questa prevede degli investimenti che hanno rifondato il centro sportivo: sono stati sostituiti vecchi contratti a condizioni migliorative da un punto di vista finanziario, oltre che di efficienza.
Com’è giusto evidenziare che la società ha pure provveduto a stanziare passività potenziali in bilancio (la voce Altri Fondi Rischi ammonta a 1,431 milioni di euro, e tale voce contiene anche l’eventuale esito negativo di contenziosi sportivi), che non ha inadempimenti di debiti finanziari, e dispone di un accantonamento per perdite su crediti (trattasi di crediti in contenzioso, interamente coperti da apposito fondo basato su propri modelli statistici che stimano le perdite medie presunte per mancato rimborso di somme dovute – di norma i modelli possono tenere conto dei probabili sviluppi futuri, fra cui anche gli effetti del ciclo economico).
Inoltre la S.S. Lazio, al 31 dicembre 2015, detiene crediti commerciali che ammontano a 14,186 milioni di eurocrediti verso enti-settore specifico che ammontano a 21,457 milioni di euro; crediti tributari che sono pari a 510mila euro; e crediti verso altri che ammontano ad Euro 6.123 migliaia (se ne prenda visione alle pagine 49, 50 e 51 della relazione). Per quanto concerne invece le mensilità di ottobre, novembre e dicembre dei calciatori di prima squadra che alla data del 31.12.2015, secondo quanto asserito dal comunicatore, risultavano ancora NON PAGATE (maiuscolo riportato), viene copiata la nota a margine di pagina 55: “si segnala che alla data di approvazione del presente Bilancio Semestrale Consolidato Abbreviato tali importi risultano pagati”; libera interpretazione – o difetto dislessico – della lingua italiana.
E ancora: rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente i ricavi da gare sono aumentati di Euro 888 migliaia – tale incremento è dipeso principalmente da maggiori ricavi da abbonamenti; di nuovo, probabilmente, una sfumatura di significato soggettiva. Dalla visione pienamente contestualizzata dei dati, vi è un ridimensionamento pure delle chiacchierate ripercussioni della contestazione – o del sempre problematico rapporto , fomentato da atteggiamenti ormai stereotipati: come si legge a pagina 60 della relazione, al 31 dicembre 2015 i ricavi da merchandising sono pari a Euro 610 migliaia, con un incremento rispetto al 31 dicembre 2014 di Euro 92 migliaia – in antitesi a quanto auspicato dagli antagonisti aprioristici, che da tale introito vedono minate le basi dello status quo cui determinati effetti debbano riferirsi.
Concludendo, si torna alla concezione filosofica già adoperata: e chissà che Platone, il greco, non ne avesse previsto la perfetta assimilazione postmoderna del mito trattato. Nel Novecento, infatti, il mito della caverna è divenuto una metafora che simboleggia quanto i mass media influenzino e dominino l’opinione pubblica, interponendosi tra l’individuo e la notizia, manipolando quest’ultima secondo necessità – e storie di uomini che, sfidando l’ostilità dei contemporanei, si sono “liberati dalle catene” dell’opinione arrivando a conoscere la verità e sono poi tornati a riferirla, non sempre guadagnando rispetto ed ammirazione, agli ex compagni di prigionia.
(tratto da www.cuoredilazio.it)

Redazione

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