I tecnici di casa Italia che hanno fatto la storia

I tecnici di casa Italia che hanno fatto la storia

Apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 4 Aprile 2016

di Alessandro IACOBELLI

L’equipaggio della Nazionale italiana sta cercando il suo nuovo condottiero.

Dopo l’annuncio di Antonio Conte dell’addio al culmine dei prossimi campionati europei, si è ufficialmente aperto il toto ct. Nell’immediato, come accade in tali circostanze, si scatenano mille ipotesi. Tra le varie possibilità quella che, per programmazione e progettualità, appare congeniale risponde al nome di Gigi Di Biagio. Sarebbe quindi la scelta interna ad assicurare lodevoli prospettive. Il pieno avallo della suddetta opzione deve però trovare conferme storiche.

Riavvolgiamo allora il nastro del passato ponendo in essere una riflessione approfondita. L’archivio della Nazionale italiana offre diversi allenatori provenienti dal settore tecnico federale. Ognuno importante per la crescita del movimento nel corso degli anni. Il principe del pionierismo fu Giovanni Ferrari. L’ex mezzala di Juventus e Ambrosiana-Inter iniziò l’attività di istruttore nei corsi dedicati agli aspiranti allenatori nel 1950. Nel 1959 subentrò a Gipo Viani riuscendo a condurre il gruppo ai Mondiali del 1962. La spedizione in Cile, condivisa con Helenio Herrera ed il patron della Spal Paolo Mazza, finì in rovina al primo turno contro i padroni di casa. La truppa era imbottita di oriundi. L’offensivismo sciolinato da Sivori, Altafini e Sormani si rivelò fallimentare. L’immenso Gianni Brera scrisse fiumi di perplessità. Le polemiche tra Ferrari e Mazza vennero presto a galla. Le dimissioni giunsero inevitabili.

Balziamo fino al 1966. In vista della Kermesse mondiale in Inghilterra, il trainer Edmondo Fabbri venne affiancato da Ferruccio Valcareggi. L’avventura oltremanica culminò con la traumatica debacle contro la Corea del Nord. La rete del presunto dentista Pak Doo-Ik gettò un velo pietoso sul calcio nostrano. La nuova rifondazione ebbe come simbolo proprio Valcareggi che salì al trono. Il cantiere della ricostruzione trovò la ricompensa nel 1968. Agli Europei, disputati in casa, il clan azzurro trionfò nella finalissima ripetuta con la forte Jugoslavia. A quel punto le basi per mirare vette da sogno ci sono. Si volò in Messico con grinta e fantasia. Gli azzurri varcarono il secondo turno dopo l’esigua vittoria sulla Svezia con goal di Angelo Domenghini e due pareggi con Uruguay ed Israele. Nei quarti di finale i padroni di casa del Messico patirono un pesante 4-1. La rassegna scrisse però una indelebile pagina di storia. La semifinale con la Germania Ovest rappresentò il dominio della follia sulla razionalità. 17 giugno 1970: stadio Azteca. Un 4-3 da infarto che spedì l’Italia in Finale contro il Brasile. L’ultimo atto fu una disfatta; Pelé, Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto stesero Albertosi. Inutile il momentaneo pareggio di Boninsegna. Valcareggi venne bersagliato per la discussa e controversa staffetta tra Mazzola e Rivera. Quattro anni più tardi la spaccatura, ormai insanabile dopo il gesto polemico di Giorgio Chinaglia al momento del cambio con Pietro Anastasi nel match inaugurale contro Haiti. Lo scivolone in salsa polacca archiviò un ciclo.

Lo staff italiano annoverava all’epoca l’emergente Enzo Bearzot. I vertici della Federcalcio riconobbero in lui la figura perfetta. Il ‘Vecio’ cementò nel tempo un gruppo solidissimo moralmente. I Mondiali del 1978 in Argentina furono un prelibato antipasto. La ‘zona mista’ strappò opinioni al miele. Antognoni e compagni terminarono al quarto posto. Nel 1982 le premesse non erano certo idilliache. Il magro bottino inanellato nelle gare amichevoli, infuocarono la vigilia con gli organi di stampa che sputarono sentenze di condanna senza esclusione di colpi. La pazienza di Bearzot giunse al limite della sopportazione; scattò quindi il ‘silenzio stampa’ con Dino Zoff unico deputato alla parola. La fase eliminatoria non diminuì i toni. Si passò al secondo turno avvalendosi di tre anonimi pareggi (Polonia, Perù e Camerun). Il mini-girone che assicurava le semifinali, in apparenza, non regalava speranze. Al ‘de Sarriẚ’ si spalancarono le porte del paradiso. Tardelli e Cabrini piegarono l’Argentina di Maradona. ‘Pablito’ Rossi si svegliò dal letargo mettendo al tappeto i marziani del Brasile con una magistrale tripletta. Ancora la punta della Juventus, appena rientrato dalla squalifica per lo scandalo scommesse, insaccò su assist di Bruno Conti per la vittoria di misura sulla Polonia. La banda ammaestrata da Bearzot entrò prepotentemente nel cuore dei tifosi. La Finale riempì le strade e le piazze dello stivale per un tripudio collettivo. Rossi, Tardelli e Altobelli asfaltarono la Germania Ovest di Karl-Heinz Rumenigge e Paul Breitner. La dimostrazione che, con unità e coesione, si possono cogliere traguardi impensabili. Forse la troppa riconoscenza verso un insieme di uomini, oltre che di calciatori, portò il ‘Vecio’ alle deludenti prove di Messico ’86. L’Italia, infatti, uscì agli ottavi di finale contro la Francia di Platini.

Nel giro di poche settimane la rovente sedia venne consegnata ad Azeglio Vicini. Uomo mite e di sani principi, dal lontano 1976 disegnò a sua immagine e somiglianza l’Under 21 portandola a braccetto quasi sul tetto del vecchio continente. Una generazione di cristallini talenti crebbe svolgendo il praticantato agli Europei Under 21 nel 1986 (sconfitta in Finale contro la Spagna) e nella successiva manifestazione riservata ai grandi del 1988 (eliminazione in semifinale ad opera dell’Unione Sovietica). Maldini, Ferri, Giannini, Donadoni e Vialli formarono l’ossatura del roster ai Mondiali casalinghi. Il giocattolo pareva immune da difetti. Stampa e popolo abbracciarono la Nazionale come non era mai accaduto. Edoardo Bennato e Gianna Nannini intonarono la colonna sonora del Mondiale tutto italiano; furono notti davvero magiche quelle dell’estate 1990. ‘Totò’ Schillaci, con le sue esultanze semplici e piene di genuinità, corteggiò subito il pubblico impazzito dell’Olimpico ed un paese intero. La porta del tesoro venne chiusa a chiave dall’Argentina, ai rigori, nella Semifinale del San Paolo di Napoli. Il terzo posto rese meno amara la conclusione.

Passiamo direttamente al 1996. Arrigo Sacchi rassegnò le dimissioni da Commissario Tecnico. Nel pieno delle qualificazioni per i Mondiali del 1998, fu Cesare Maldini il sostituto. L’ex capitano del Milan di Nereo Rocco, lungimirante traghettatore dell’Under 21, operò con sagacia nell’arco di un periodo ristretto. Il contingente azzurro riuscì ad intascare il pass per la Francia dopo lo spareggio con la Russia. Il gruppo B non diede grattacapi. Vieri e soci totalizzarono sette punti classificandosi come primi. Il bomber dell’Atletico Madrid decise pure la sfida degli ottavi con la Norvegia. La lotteria dei rigori penalizzò l’Italia nei quarti al cospetto dei padroni transalpini. Di Albertini e Di Biagio i nostri errori dal dischetto.

I Commissari tecnici della Nazionale scelti all’interno della Federazione, dunque, hanno raggiunto ottimi traguardi. Perché non riproporre questa soluzione in ottica futura? ‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

Alessandro Iacobelli

Nato ad Arpino il 26 agosto 1994. Giornalista pubblicista dal 21 marzo 2016, con una grande passione per il calcio e lo sport in generale. Corrispondente dalla Ciociaria, dove segue con attenzione le realtà calcistiche regionali e provinciali del territorio. Autore di svariate interviste ed approfondimenti. Studente della facoltà di lettere - curriculum comunicazione, presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale.

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