La passione di De Rossi

di Michelangelo Ottaviano
(foto di © Gian Domenico SALE – www.photosportiva.it)

Il termine “passione” deriva dal verbo latino “patior”, che letteralmente significa “patire”. L’etimo ci porta dunque ad avere una duplice interpretazione della parola. La prima, quella letterale, è di passione come sofferenza, pena, grande dolore. L’altro uso, forse il più comune, è quello di passione come tempesta di emozioni forti, come condizione di indomabilità dei sentimenti dell’animo. Due concetti racchiusi non solo in questa affascinante parola, ma anche nell’iconica figura di Daniele De Rossi. Si, perché quale altro termine se non passione incarna il suo rapporto con la Roma? Diciotto anni di amore puro. Diciotto anni finora dedicati ad un’unica maglia. Diciotto anni di alti e di bassi, di vittorie e di sconfitte, di gioie e di dolori, di rimorsi, di rimpianti ma anche di rivincite. Diciotto anni in cui il cuore ha sempre avuto la meglio sulla testa, perché si sa, al cuor non si comanda. Diciotto anni con un’unica consapevolezza in mezzo a quel mare di incertezze e di illusioni, che forse troppo spesso ha inondato una piazza come Roma. La stessa consapevolezza che aveva avuto qualcun altro prima di lui. La consapevolezza di poter vincere meno di tanti altri giocatori, ma di rappresentare una tifoseria, un popolo. La consapevolezza di rimanere per sempre nella storia della squadra e della città, nella storia della Roma e di Roma. La città per eccellenza, eterna anche calcisticamente, solo grazie a queste bandiere.

Roma 12/05/2019 Campionato serie A Tim – Roma vs Juventus
nella foto:
@ Gian Domenico Sale – World Copyright

Diciotto anni. Un arco di tempo non indifferente e un numero che, il caso vuole, era considerato nefasto dagli antichi romani. E per come sono andate le cose, come dargli torto. Spesso il trattamento “speciale” riservato ad alcuni giocatori, è sempre stato secondo molti, la causa dei fallimenti calcistici della squadra, il limite che non ha mai permesso alla Roma di accedere all’Olimpo del calcio italiano. Forse è vero, ma non giustifica il freddo benservito riservato dalla società nei confronti di un calciatore, che avrebbe accettato dei compromessi per il bene della squadra. Un concetto espresso nella sua conferenza d’addio in maniera inequivocabile e coerente con la sua filosofia di vita. Chiarezza e coerenza tutt’altro che dimostrate dalla dirigenza giallorossa, condannata dalle numerose indiscrezioni, ormai virali sul web, prima che da se stessa. Insomma una storia d’amore che sarebbe potuta sicuramente finire in un’altra maniera. Quel “so come ti senti” di Alessandro Del Piero, è forse la dedica più significativa tra quelle ricevute dal centrocampista di Ostia Antica. Nessuno ha idea di quello che sarà il futuro, e nessuno sa se la scelta della Roma si rivelerà vincente o meno. L’unica cosa di cui siamo certi, è che De Rossi avrebbe meritato un trattamento più dignitoso. Un addio alla Roma e al calcio che sarebbe dovuto essere bello quanto quello di Francesco Totti. Un addio “passionale”, ma che avrebbe dovuto far soffrire ed emozionare, perché il mondo del calcio perdeva un’altra delle sue bandiere, e non perché il denaro ha calpestato ancora una volta l’essere umano. Perché Daniele De Rossi è la Roma. Perché Daniele De Rossi è passione.

 

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