Arte | Jean Dubuffet, l’irriducibile

Arte | Jean Dubuffet, l’irriducibile

di Giuseppe MASSIMINI

Un’ampia retrospettiva alla Fondation Pierre Gianadda a Martigny

E’ una mostra completa. Disegnata con una selezione eccezionale di opere provenienti principalmente dal Musée national d’art moderne Centre Pompidou di Parigi. Si intitola Jean Dubuffet, retrospettiva ed è ospitata fino al 12 giugno alla Fondation Pierre Gianadda a Martigny. Padre dell’art brut, Jean Dubuffet (Le Havre 1901, Parigi 1985) ha avuto il merito non solo di sorprendere e scandalizzare ma anche quello di essere una delle figure più interessanti e innovative, che non smise mai di rinnovarsi, dell’arte del primo cinquantennio del Novecento. Dopo aver più volte abbandonato e ripreso l’attività artistica vi si dedica completamente, senza interruzioni, a partire dal 1942. Insofferente alle tradizionali convenzioni pittoriche e attratto dalla spontaneità creativa dei bambini e dalla fisicità della materia, di astrazione organica, si pone, sin da subito, alla ricerca di un arte fuori dalla norma: mescola materiali inediti come mastice, catrame, sabbia, ghiaia, vernice per vetrine e rifiuti. La mostra, a cura di Sophie Duplaix, procede per cicli come del resto è tutto il suo percorso che corrisponde a precise tappe cronologiche. Si articola attorno ai temi forti della sua produzione alternando capolavori di pittura con le principali serie delle sue opere su carta, disegni e gouaches. Il percorso prende avvio dai “Premiers travaux” (primi lavori) realizzati a partire dal 1942 che testimoniano il suo interesse per i disegni dei bambini e i graffiti e continua con una scelta di ritratti, caratterizzati frontalmente e contraddistinti dai contorni deformati ( Dhôtel nuancé d’abricot, 1947).

Da sinistra, Dhôtel nuancé d’abricot e Site agité di Jean Dubuffet

La predilezione per i materiali insoliti lo porta negli anni cinquanta ad allontanarsi dal tema della figura e a realizzare i bizzarri Paysages du metal, dipinti monocromatici che preannunciano le “Texturologie” del 1958 e i successivi cicli delle “Matériologies”, come la maestosa Messe de la Terre, 1959-1960, che simula la consistenza di un terreno accidentato. I “Phénomènes”, rilevante insieme di litografie eseguite tra il 1958 e il 1962, saranno contemporaneamente l’apoteosi e il culmine di questa ricerca. Nei primi anni Sessanta con l’inattesa serie “Paris Circus” riprende il tema della figura: in mostra la gioiosa Rue passagère, 1961, che racconta il brulichio variopinto della città ritrovata. Il 1962 segna per Dubuffet una nuova fase di sperimentazione. Arriva il vasto ciclo de “L’Hourloupe”, pitture, disegni e assemblaggi realizzati attraverso lo studio della scrittura automatica e vergata di righe blu e tratti di penna nera. In seguito applicherà queste sue convinzioni estetiche a progetti di architettura e alla scultura con opere monumentali realizzate in poliestere o in lamiera dipinta. A scandire ulteriormente il cammino dell’artista altri cicli da “Psycho-sites”, presentato alla Biennale di Venezia nel 1984, fino alla serie dei “Non-lieux”, che conclude l’irriducibile esperienza di Dubuffet,” una autentica eccezione, ha scritto Gillo Dorfles, entro il monotono conformismo di molta arte moderna”.

Redazione

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