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Lazio e Diritti tv: la “bufala” del calo degli introiti e i calcoli (forse volutamente…) errati

di Arianna MICHETTONI
Saper copiare è una virtù, bisogna però paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno: una sorta di dettame postmoderno da unire alle raccomandazioni giornalistiche rodaggio di un tempo e luogo anticamente ai margini del villaggio globale. I giornali dovrebbero – si afferma nelle nuove teorie – dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti – detto fatto: la battuta è tuttavia incentrata sulla pratica minuziosa di sezionamento di una diceria, la voce che di bocca in bocca diventa notizia. Diritti TV: Lotito rischia di perdere 5 milioni di euro – uno splendido fatto per alcuni, non verificato ma distorto, ampliato, manipolato da una costante componente mediatica deviata; giorno di giubilo e di ampi sorrisi che scintillano alla luce del distruttivismo modaiolo laziale. In tale paragone, ovviamente, la stagione 2014/2015 viene contrapposta alla proiezione 2015/2016: un calcolo in prospettiva assegna alla Lazio un provente di circa 57 milioni di euro, da comparare ai 62 milioni di euro incassati nell’anno calcistico passato. La polemica infiamma: a Lotito, sempre bersaglio delle invettive altrui, viene imposto un conto alla rovescia apocalittico – è il protagonista cui fa difetto la consapevolezza della fragilità del contesto, ormai friabile sotto il peso di una decennale iniziativa sovversiva. Si fa fronte compatto ed omogeneo, ci si scambiano idee e opinioni, il commento assume una visibilità tanto maggiore quanto pregnante in ogni scambio comunicativo – tutto molto partecipativo, parole su parole che nel “qui ed ora” digitale condannano il patron biancoceleste. Un copione ben organizzato in cui ci si è dimenticati però la nozione principale: la verifica dei dati. Quel click mancante tra l’uomo pensante e il burattino da contestazione: la Lazio, nell’annata 2014/2015, ha un ricavo di base stimato intorno ai 51 milioni di euro – non un decremento, quindi. È che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, o di chi ignora che la cifra raggiunta dalla società biancoceleste è suscettibile dei meriti sportivi: ovvero dei diritti TV di Coppa Italia e Supercoppa Italiana, competizioni disputate dalla Lazio e i cui ricavi sono stati sommati al computo iniziale. La Coppa Italia monetizza ogni passaggio del turno e dispone un montepremi che assegna 1,4 milioni di euro alla finalista (e 2,5 milioni di euro alla vincitrice) a cui va a sommarsi la spartizione dell’incasso al botteghino; la Supercoppa Italiana valuta invece la partecipazione suddividendo equamente la cifra disposta dal Paese ospitante la partita (1,5 milioni ad entrambe le squadre – gli organizzatori cinesi non fanno distinzioni tra vincitori e sconfitti – oltre al pagamento di tutte le spese di viaggio e soggiorno). Una semplice addizione che, pur ben lungi da astruse e selettive  logiche matematiche, distingue tuttavia coloro dotati di senso critico – o, più in generale, di spirito d’osservazione non conformista. La stima per la stagione 2015/2016, nella giusta cornice, conferma dunque nuovamente la costante crescita dei proventi biancocelesti: si è passati dai quasi 43 milioni di euro nell’annata 2011/2012, ai poco più di 47 milioni di euro del 2012/2013, ai circa 50 milioni incassati nel 2013/2014. Quali sono però i criteri che ripartiscono i diritti televisivi? La Lega di Serie A, com’è noto, non comunica ufficialmente i valori assegnati alle singole squadre su base annuale. La “Legge Melandri” disciplina i parametri di ripartizione secondo 6 distinte voci percentuali: una prima quota, pari al 40% del totale, è assegnata in parti uguali a tutte le squadre; una seconda quota, pari al 30% del totale, viene assegnata sulla base  del numero di sostenitori (25%) e della popolazione residente nel comune dove giocano le squadre (5%); una terza quota, infine, pari ad un altro 30% del totale, viene divisa sulla base dei risultati sportivi: la classifica dell’ultima stagione vale il 5%, il quinquennio precedente il 15% e i risultati storici dal 1946 alla sesta stagione antecedente quella in corso il 10%. Particolare attenzione va prestata alle modalità di assegnazione della seconda quota, corollario della protesta “stadio vuoto” laziale: i “sostenitori” sono il numero di tifosi attribuiti ad ogni società in base a triennali rilevazioni di mercato – inchieste statistiche (approvate e negoziate nelle Assemblee di Lega di Serie A) e media ponderata dell’Auditel; i “cittadini” sono invece il numero di abitanti della città in cui ha sede la squadra – e in presenza di due squadre appartenenti alla stessa città (Milan ed Inter, Roma e Lazio, Juventus e Torino, Genoa e Sampdoria, Chievo ed Hellas Verona) il totale degli abitanti vale per ciascuna delle due. Al netto quindi di emigrazioni massicce e di risposte trabocchetto a quesiti statistici, l’appartenenza ai colori biancocelesti – legittima o svilita dall’atteggiamento ostinatamente disfattista – è ancora assicurata.
Nella Serie A l’attuale sistema di divisione dei diritti televisivi è in vigore dalla stagione 2009/2010, ed ha sostituito una precedente ripartizione che avveniva sulla base di trattative gestite dalle squadre. Ciò ha portato, oltre ad una democratizzazione della proporzione grandi/medie/piccole – nel gergo comune, riferendosi alle società facenti parte del massimo campionato italiano – , ad un rigido status quo: i ricavi rimangono sostanzialmente immutati, se non per oscillazioni derivanti dai risultati sportivi – perché la ripartizione dei diritti TV premia pure il piazzamento nell’ultimo campionato. Solo l’aumento o la diminuzione dei diritti televisivi, o una promozione o una retrocessione, possono cambiare questo scenario. E appunto di aumento trattasi la crescita di circa 130 milioni di euro della cifra derivante dalla vendita dei diritti televisivi, parte dell’effetto dell’entrata in vigore del nuovo accordo triennale (2015/2018): approvato dopo innumerevoli incontri, battaglie (o sottili giochi di potere) e nuove accezioni del concetto di meritocrazia da opporsi al contributo a favore delle squadre retrocesse, l’accordo dovrebbe prevedere l’incremento del paracadute (la quota da destinarsi alle ultime classificate) e l’identificazione di coefficienti diversi per distribuire i restanti milioni in maniera tale da premiare in particolare le squadre posizionatesi nei primi dieci posti del campionato. Si avrà, o si dovrebbe avere, una distribuzione più equilibrata delle risorse incrementali. Con la mediazione di Claudio Lotito e quattro ore di riunioni separate (da una parte Juventus, Napoli, Roma, Inter, Milan e Fiorentina; dall’altra le restanti 16 squadre facenti parte della Serie A) la soluzione trovata ha avuto l’opposizione solo di Chievo Verona e Palermo.

Lazio, lo sponsor c’è ma non si vede… I biancocelesti incassano 21 milioni con la maglia pulita

di Arianna MICHETTONI

Non un prestigio spicciolo, ché la maglia non è mercificazione di sentimenti e passioni, non è commercializzazione dello spettatore – l’odiosa profilazione dell’utente. Eppure la Lazio non è affatto estranea alle logiche del marketing: forse non tutti sanno che (aguzzate la vista!), per la stagione 2015/2016, è stato siglato un accordo annuale con la Renault – o meglio: le tre concessionarie della filiale di Roma (Autoequipe, A. Fiori e RRG Filiale di Roma) sono Premium Sponsor della S.S. Lazio. Le strutture, come stipulato, hanno poi messo a disposizione della squadra delle autovetture (la gamma Crossover: Captur, Kadjar ed Espace) per accompagnare calciatori, allenatore e membri dello staff tecnico e dirigenziale nei loro spostamenti; la partnership prevede, inoltre, la visibilità della marca sui led a bordocampo dello Stadio Olimpico, sul backdrop (i pannelli che fanno da sfondo) delle interviste, all’interno dell’area hospitality e sul sito ufficiale del Club. Ad affiancare questa collaborazione vi sono poi i sodalizi concordati con Tim, Groupama Assicurazioni, Acea, Kimbo, UniClub e Frecciarossa, oltre, ovviamente, Macron – sponsor tecnico biancoceleste. La Lazio esercita anche una partnership commerciale con Corriere dello Sport, Decò, Fortevilage Sardegna, Gatorade, ManpowerGroup, Sartoria Cardona Roma ed Uliveto – oltre ad avere in iZiplay il gaming partner e in Mediaset Premium il media partner. Tali sponsorizzazioni figureranno tra gli introiti alla voce “ricavi da sponsorizzazioni e pubblicità” – le cifre, tuttavia, saranno precisate nel prospetto del bilancio a giugno. È invece già possibile analizzare e comparare le entrate dello scorso esercizio: la Lazio ha infatti terminato il primo trimestre 2015/2016 con un aumento sui ricavi dell’8,7% (21,05 milioni di euro, contro i 19,37 milioni ottenuti nello stesso periodo dello scorso anno).

Il legame tra sponsor e business partner – a tal proposito è bene fare una distinzione chiarificatrice: lo sponsor è l’associazione dell’immagine di un’azienda – prodotto sponsor – a quella di un progetto, sostenuta attivamente ed economicamente e con il fine di far acquisire allo sponsor i benefici e le opportunità (cioè un accrescimento qualitativo e quantitativo della propria notorietà e culture d’impresa) costituite dal valore del progetto sponsorizzato; la partnership commerciale, invece, ha un grado variabile di integrazione tra le risorse coinvolte, e pur condividendone la visibilità ha comunque finalità economiche – ha portato dunque ad un ricavo tale da essere una delle principali fonti di guadagno della società biancoceleste, pur non facendo sfoggio – o volgar figura – di variopinti loghi o marchi.

Una scelta coerente ma forse avulsa alle strategie di mercato – quest’ultima è proprio la critica mossa dai detrattori, coloro i quali ben volentieri accetterebbero – o avrebbero accettato – una qualsiasi alleanza commerciale: pure, non è di difficile ipotesi, il tanto chiacchierato ed atteso (dato infatti per concluso, con comunicato stampa già redatto) accordo col duo Aliyev/Mammadov, culminante nello slogan “Azerbaijan – Land of Fire”. Già sponsor di Atletico Madrid, Lens e Sheffield Wednesday, il progetto Azero sembrava pronto alla conquista dell’Europa calcistica – poi il crollo del prezzo degli idrocarburi, che rappresentano il (quasi) totale delle esportazioni del paese caucasico, ne ha minato gravemente l’economia: senza i suoi pagamenti, il Lens è scivolato inesorabilmente verso la retrocessione e il disastro finanziario; l’Atletico Madrid non ha invece prolungato il suo contratto con Land of Fire. Non è tutto oro – o sponsor – quello che luccica, insomma. Ciononostante, a sentir parlare gli scontenti, la mancanza di un legame economico principale (main sponsor) ha portato ad una perdita milionaria – nulla di più falso. Il marketing si basa su equilibri precari, regole aleatorie, e il contestare al patron Lotito l’eccessiva richiesta a fronte di una sponsorizzazione – consigliando accoratamente una diminuzione delle pretese – significa ignorare che un eventuale deprezzamento porterebbe ad una rivisitazione al ribasso contrattuale degli altri sponsor – un effetto a catena che sì influenzerebbe negativamente le aspettative societarie. È una concatenazione logica: la jersey sponsorship rimpiazza (od esclude) le main sponsorship o le sponsorizzazioni minori – la cui somma totale equivale al ricavo di un logo sulla casacca.

L’intera serie A, infatti, ottiene dalle sponsorizzazioni un ricavo di poco più di 85 milioni di euro, con una media di circa 4,5 milioni a squadra – la Emirates, a titolo esemplificativo, sponsorizza le maglie dell’Arsenal al doppio esatto della cifra garantita al Milan. Ancor più clamoroso: ben 71 milioni di euro, sugli 85 complessivi, sono concentrati sulle maglie di cinque club: Juventus (che ha scelto però l’autosponsorizzazione – il brand Jeep appartiene al gruppo FCA), Milan, Sassuolo (a sua volta autosponsorizzata – il gruppo Mapei è infatti di proprietà del patron Giorgio Squinzi), Inter e Napoli; nelle casse delle restanti 15 società finiscono appena 14 milioni di euro. Un dato oggettivo che trae maggior fondamento proprio dalla vicenda bianconera, società già autofinanziata: sono passati ormai quasi quattro anni dell’inaugurazione dell’avanguardista stadio di proprietà juventina – lo Juventus Stadium, che proprio nella denominazione nasconde invece un fallimento: si era detto che la struttura avrebbe portato il nome di un top sponsor, eppure nessuna azienda ha acquistato i naming rights dell’impianto, a sottolineare la difficoltà del calcio italiano ad attrarre aziende. Eppure la Lazio, ancora una volta, differisce dall’opinione comune – ne è l’eccezione: durante la tredicesima edizione dell’ormai tradizionale workshop organizzato dalla società biancoceleste in collaborazione con la Infront, appuntamento strategico a livello commerciale, si sono certificati notevoli riscontri economici e le diverse categorie di partnership e sponsorship (Top Sponsor, Premium Sponsor, Special Partner ed Official Partner) hanno manifestato il loro apprezzamento per il ritorno in termini di esposizione dell’investimento laziale. Che, dal suo canto, ha espresso la chiara volontà di internazionalizzazione dei propri prodotti, per avere un appeal sui mercati che hanno maggiore potenziale ed espandere il brand Lazio. Una progettualità, questa, per nulla inficiata dalla presenza di uno sponsor ad ingombrare i colori biancocelesti: ennesima avveduta strategia del presidente Lotito, avversata più dai luoghi comuni che da una fondata analisi.

(tratto da www.cuoredilazio.it)

Ecco chi si è «imbertato» i 10 milioni del Governo – di Eraclito Corbi

Lo confesso: sono colpevole. E’ così. Sono stato un pessimo imprenditore. E ho sperperato generosità. Due parole, impresa e generosità, che non possono stare insieme.
Ma non sono né un “furfante”, né un “ladrone”. E chi lo afferma ne risponderà davanti al giudice. Sono stato un pessimo imprenditore perché non ho saputo gestire al meglio i fondi che il Governo ha assegnato alla mia cooperativa editoriale in sette anni, dal 2006 al 2012 compreso. E quando questi sono mancati, per colpa di una errata dichiarazione dell’Inpgi, è andato tutto a rotoli. Soprattutto, quando sono arrivati i contributi, ho pensato di poter creare una redazione nutrita quanto quella di un quotidiano nazionale, pagando profumatamente giornalisti non professionisti, dispensando stipendi e telefoni di servizio, pagando i collaboratori che venivano in redazione a prendere i risultati, pagando puntualmente tutte le tasse e le quote Inpgi dovute ai miei dipendenti. A ognuno di loro pagavo buste paga di 1800-2000 euro netti, stipendi che forse si vedono solo nelle testate nazionali e vengono dati a capiservizio esperti.
Io retribuivo ragazzi che, non me ne vogliano, a parte il loro percorso interno, in molti casi non avevano grosse esperienze o titoli, cresciuti in blocco (salvo un’eccezione) all’interno della mia testata, dove hanno conseguito l’iscrizione all’albo dei giornalisti. Non solo. Ho preso una sede grande, confortevole, con aria condizionata d’estate e riscaldamenti d’inverno.
In sette anni abbiamo realizzato un giornale che ritenevo bello e interessante. Ho creato anche un sito internet e una web-tv.

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Questo, il rendiconto dei 7 anni di gestione del quotidiano ‘Il Corriere Laziale’

Quando i contributi sono venuti a mancare, ho scoperto che quel business non era più sostenibile. Avevo proposto ai miei dipendenti un accordo per diminuire gli stipendi: scendere dai 2000 euro netti ai circa 1600, per un paio d’anni, il tempo di riorganizzarsi.
Ma forse alcuni di loro si sentivano arrivati, così invece di aiutarmi hanno ritenuto opportuno rivolgersi al sindacato (senza che ci fossero le condizioni legali per istituire un comitato di redazione, come poi confermato dal Tribunale di Roma). Da quel momento è andato tutto a rotoli, fino alla sentenza della scorsa settimana, che ha sancito il fallimento della coop Edilazio 92.
Va beh, acqua passata. Quello che ora mi interessa chiarire, riguarda le assurde e diffamanti dichiarazioni che il giornalista professionista Massimiliano Cannalire, speaker di una nota radio romana, continua ad affidare ai social network (per non parlare delle telefonate a politici e dirigenti sportivi). Quasi settimanalmente il giornalista si chiede “Chi si è imbertato i 10 milioni di euro ricevuti dallo Stato”.
Ecco qui, signor Max.
Questo è il rendiconto di 7 anni di gestione del quotidiano Il Corriere Laziale.
Stipendi sempre pagati puntualmente, contributi, tipografia. Soprattutto, signor Max, ci sono anche le ritenute d’acconto ai collaboratori, regolarmente firmate dagli stessi, per le quali Edilazio 92 ha sempre versato tutto il dovuto.
Altrimenti l’Ordine dei Giornalisti, esaminando le pratiche, non avrebbe mai potuto accettare l’iscrizione all’albo.
Nel mio archivio ho trovato anche alcune fatture ed assegni che ho pagato proprio allo stesso Cannalire, il quale più volte e in diversi periodi ha lavorato con la mia testata. Dicevamo dei 10 milioni di euro. Di questi, oltre 4 milioni sono finiti per pagare gli stipendi.  Ovviamente, qui nessuno si è “imbertato nulla”: i ragazzi hanno lavorato, e io gli ho pagato anche le domeniche e i festivi, come risulta dalla busta paga pubblicata nell’edizione cartacea del Nuovo Corriere Laziale, intestata a Giovanna Sfragasso, oggi membro del consiglio dell’Ordine dei Giornalisti. Poi certo, c’era anche il mio stipendio. Come direttore responsabile, mi sono assegnato uno stipendio netto di 3.500 euro al mese, che negli ultimi tempi neanche percepivo per dare la precedenza ai dipendenti.
Voce notevole nel conteggio è anche la tipografia. Vi do una notizia: affidarsi a dei professionisti del settore per stampare un quotidiano, costa.

Certo, non potevo rivolgermi a dei dilettanti rischiando di non uscire in edicola e compromettere tutto.
Poi l’Inpgi ha fatto il guaio. Nel 2012 ha prodotto una certificazione non regolare, secondo la quale Edilazio 92 non avrebbe avuto più diritto ai contributi pubblici. Cosa poi rivelatasi del tutto falsa, visto che pochi anno dopo il Tar del Lazio mi ha dato ragione.
Però poi di soldi non ne sono più arrivati. C’è una causa in causa in corso contro la stessa Inpgi per la quale ho richiesto un risarcimento danni di circa cinque milioni di euro, a fronte della distruzione di una storia editoriale di quasi 50 anni.
Ma Max tutto questo non poteva saperlo. Era più impegnato a imbarcarsi in trasmissioni di scarso successo non pagando (lui sì) i suoi collaboratori e gettando fango e discredito verso il prossimo. Quando i miei ex dipendenti mi si sono messi contro, lui ha cercato di approfittarne, facendosi capo popolo e ottenendo così la possibilità di diventare giornalista professionista (situazione sulla quale ci sono alcuni buchi neri da chiarire). Nel frattempo continua a diffamarmi, a darmi del ladro.  Secondo lui io e la mia famiglia ci saremmo tenuti (anzi, imbertati) i 10 milioni, o buona parte di questi, facendo fallire la società e licenziando tutti.
Signor Max: MAGARI avessi messo quei 10 milioni di euro in qualche conto in un paradiso fiscale caraibico. Col cavolo che ancora starei qui, a quasi 80 anni, a sputare il sangue. Col cavolo, signor Max, che avrei ridato indietro la mia amata Mercedes accontentandomi di una piccola utilitaria (e pure usata). Ma va bene così, io non voglio convincere né Cannalire, né tantomeno il grande Sergio Rizzo, autore di libri importantissimi come La Casta, scomodatosi per passare sul Corriere della Sera le veline di Stampa Romana. Chissà se i motivi di quella vendetta sono da ricercarsi nelle critiche che per settimane ho avuto il coraggio di rivolgeri ai capi dell’Ordine dei Giornalisti, Bruno Tucci e Enzo Iacopino. I quali tra l’altro sono riusciti a sospendermi per ben tre volte, provvedimento mai preso con nessuno.
Rizzo, nel suo articolo sul Corsera, parlava di “fabbrica di pubblicisti”. Eppure, quelle persone sono state iscritte all’ordine e nessuno le ha cancellate. Anzi, la dott.ssa Sfragasso è diventata anche consigliere. Comunque, voglio solo che emerga definitivamente la verità. E’ per questo che ho deciso di denunciare Massimiliano Cannalire per diffamazione.
Così, finalmente, avrà la possibilità di mostrare davanti al giudice i dettagliati documenti che lo hanno portato a darmi del “mascalzone”, “farabutto”, “ladrone”, “zozzone” e anche “Barabba”. Mi ha paragonato perfino a Platini (e non certo per le mie doti di calciatore). Sto dando all’ex amico Cannalire l’opportunità di confermare davanti alla magistratura tutte le accuse che affida ai social network. Avranno la stessa chance anche Emilio Piervincenzi, pseudo-editorialista che continua ad attaccarmi da un foglio locale, e Andrea Listanti, uno dei tanti collaboratori passati per Il Corriere Laziale, che prima ha ottenuto il tesserino all’Ordine e dopo ben sei anni si è ricordato che di fantomatici sfruttamenti.
Di tutto questo se ne sta già occupando il mio avvocato. Per il momento se c’è qualcuno che si è “imbertato” qualcosa è proprio Max Cannalire, che continua a perdere la dignità.

 

Il calcio dei Titani: tutto quello che c’è da sapere sul Campionato di San Marino

Articolo apparso sul ‘Nuovo Corriere Laziale’ del 31/8/2015

Quindici squadre, due giorni: è il Campionato della Repubblica di San Marino

‘Campionato dilettanti’, ovvero, il campionato di calcio sammarinese: unica serie, quindici squadre e due gironi, A e B. Tra i lettori ci sarà chi, sicuramente, avrà già conosciuto o si sarà avvicinato alla struttura del campionato di San Marino per pura curiosità personale, magari vedendo dei nomi di squadre come la Polisportiva La Fiorita, Tre Fiori o Murata competere e contendersi la permanenza in competizioni europee come la Champions League e l’Europa League. La particolarità del campionato sammarinese va di pari passo con la struttura amministrativa della Repubblica: le nove amministrazioni locali dello Stato di San Marino sono i castelli, identificati nel nome con quello del proprio capoluogo, al di sotto dei castelli ci sono le cosiddette frazioni come si chiamerebbero in Italia, denominate curazie a San Marino.

Le società che si sfidano nel campionato sono, dunque: Murata, Tre Fiori, La Fiorita, Cailungo, Cosmos, Folgore/Falciano, Domagnano, Juvenes Dogana, Pennarossa, Libertas, Fiorentino, Faetano, Virtus, Tre Penne e San Giovanni. Ognuna di esse, dunque, rappresenta una municipalità, un castello: La Fiorita, ad esempio, è “la società di Montegiardino”, Domagnano e Faetano sono rappresentanti degli omonimi castelli mentre la società Cailungo rappresenta l’omonima curazia del castello di Borgo Maggiore.

Nel girone A si fronteggiano Domagnano, Faetano, Fiorentino, Libertas, Murata, Tre Fiori, Tre Penne e Virtus mentre nel B Folgore/Falciano, Juvenes Dogana, La Fiorita, San Giovanni, Pennarossa, Cailungo, Cosmos e nessuna delle società ha uno stadio proprio: i campi dove si disputano le ordinarie partite della domenica sono sei e tutti possiedono una capienza ben inferiore ai mille posti e in un caso (lo stadio di Chiesanuova) inferiore a 500, dal momento che ne conta 300.

L’unico stadio propriamente detto è l’Olimpico di Serravalle: contiene circa settemila posti e sul suo terreno vengono disputate le partite della nazionale di calcio sammarinese, quelle della società San Marino Calcio ora appena retrocessa nella Serie D italiana dopo anni di militanza in Lega Pro e la finale del Campionato dilettanti, oltre alla finale della Coppa Titano, l’omologo sammarinese della Coppa Italia.

Le particolarità del campionato sammarinese, in ogni caso, non sono solamente quelle dei campi di gioco, delle curazie e dei castelli, ma le squadre stesse posseggono delle peculiarità: la Juvenes Dogana, ad esempio, ha preso parte anche a dei campionati dilettantistici italiani avendo partecipato alla Prima Categoria e alla Promozione dal 1996 al 2007 disputando entrambe le competizioni, sammarinese ed italiana. Oppure, la specificità dei singoli, come quella di Aldo Simoncini: l’estremo difensore prende 13 gol in una sola serata nella partita fra la nazionale di San Marino e quella della Germania (2006) ma dei gol subiti non gliene è importato molto. «Avevo 19 anni e rientravo in campo a sei mesi da un terribile incidente in macchina nel quale mi sono fratturato gomito e bacino, non sapevo nemmeno se sarei tornato a giocare. Abbiamo perso 13 a zero, ma non era quella la cosa importante», affermerà, successivamente, intervistato sulla partita in questione. La nazionale di San Marino, infatti, è una di quelle che è nota ai più solo per le sue debacle ma nel novembre 2014 è riuscita nell’impresa di mantenere il punteggio sullo 0 a 0 contro l’Estonia e guadagnare un punto nella classifica del gruppo E in vista delle qualificazioni agli Europei del 2016. E, in fondo, verrebbe da sognare e pensare che le piccole nazioni, gli stati più piccoli stanno avendo la loro riscossa e stanno puntando i piedi, come a dire “ci siamo anche noi”.

Un sogno, certo, ma è diventato quasi realtà quando le Isole Faroer hanno sconfitto la Grecia sia in casa che fuori casa, provocando l’esonero di Claudio Ranieri da Commissario tecnico ellenico e portandosi addirittura a 6 punti in classifica, sopra i 4 della ben più forte Finlandia; o come la nazionale del Lichtenstein che –  sempre nell’ambito delle gare valide per le qualificazioni agli Europei 2016 – è stata capace di segnare tre autogol contro la Russia ma di sconfiggere per una rete a zero la Moldavia andando a pari punti col Montenegro. Certo, San Marino non ha vita facile – per usare un eufemismo – nel gruppo in cui è inserita la nazionale, dato che dovrà vedersela con Inghilterra, Svizzera, Slovenia e Lituania, certo è che il punto contro l’Estonia, anche se con zero reti, rende molto meno amaro l’ultimo posto.

Così come il campionato locale ha consegnato la vittoria della Folgore: la squadra di Falciano sigla il quarto titolo nazionale a distanza di quindici anni dal terzo dopo un dominio incontrastato di Murata, Tre Fiori, Domagnano e Tre Penne degli ultimi vent’anni, seppur con qualche eccezione dato che nella stagione 2000/2001 la Cosmos vinceva il suo primo Campionato Sammarinese e lo stesso sarebbe accaduto al Pennarossa tre anni dopo, a seguito di due titoli consecutivi dei giallorossi di Domagnano.

Agostini, Aldair, Tommasi: le favole del Murata e de La Fiorita

La carriera di Aldair Nascimento do Santos, meglio noto come Aldair, è strettamente legata all’AS Roma: con i giallorossi portò a termine le stagioni che vanno dal 1990 al 2003, divenendo un’icona per qualsiasi tifoso romanista. Stessa cosa, se è consentito, vale per Damiano Tommasi: molte stagioni alla Roma, un incarico nazionale (è presidente della Associazione italiana calciatori) ma la voglia di giocare a calcio non è mai mancata. E chi, a questo punto, non si ricorda di Massimo Agostini? L’attaccante che, a cavallo tra ’80 e ’90 gira tutte le piazze del calcio italiano (Roma, Cesena, Ancona, Milan quello di Arrigo Sacchi, Parma, Napoli etc etc), segna gol e alza molti trofei, tra cui una Supercoppa UEFA e una Coppa intercontinentale, entrambe nel 1990 indossando la maglia rossonera. La cosa che accomuna questi tre nomi è, senza dubbio, quella della militanza in squadre del campionato di San Marino: la storia di Agostini e di Aldair, in questo senso, è emblematica dato che i due — coetanei — hanno vestito la maglia bianconera del Murata rispettivamente per due e una stagione.

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Aldair e Agostini durante un allenamento con la maglia del Murata

Tutti e due con più quarant’anni sulle gambe ma tutti e due consapevoli che la passione calcistica non è qualcosa che alberga a tempo determinato nei cuori di chi lo gioca: Agostini, avvicinato dai dirigenti del Murata per la stagione 2006–2007, non ci pensa su e accetta la proposta offertagli dalla squadra della Repubblica di San Marino.
San Marino, poi, ha diritto alla partecipazione alle fasi preliminari Champions League ed Europa League e il Murata, avendo vinto il Campionato sammarinese 2006–2007, partecipa di diritto alla fase ma la sorte non arride ai bianconeri e il sorteggio accoppia Murata e Tampere United, squadra finlandese ai vertici del proprio massimo campionato. Agostini, però, in vista della partita, chiama Aldair. Quell’Aldair. Le squadre sammarinesi, nelle competizioni internazionali, possono solo cercare di ‘perdere con dignità’ e prendere meno gol possibili, ma tra Murata e Tampere le cose sembravano andare diversamente, tanto che Agostini e Aldair infondevano così tanta sicurezza nei loro reparti di gioco che a fine primo tempo il risultato non vedeva i bianconeri subire ma i finlandesi ansimare sotto il peso dell’1 a 0 siglato da Protti, su assist di Teodorani, imbeccato da un cambio di gioco del numero 10 Agostini. La partita, poi, non finisce bene: «se fosse rimasto in campo Aldair non dico che avremmo vinto, ma avremmo lottato alla pari per mantenere il risultato», commenterà poi Agostini nel corso della trasmissione ‘Sfide’: Aldair non riesce più a giocare e il Tampere insacca due gol ai danni del Murata riuscendo a vincere la partita, anche se solo nel corso dei minuti di recupero.

C’è poi Damiano Tommasi: il presidente dell’AIC non ha affatto abbandonato il calcio giocato, una volta dismessa la maglia giallorossa prima, del Levante e del QPR (Queens Park Rangers) poi, Tommasi ha continuato a disputare partite ed ha anche collezionato 29 presenze nella massima serie cinese vestendo la maglia del Tianjin Teda. Poi il dilettantismo, quello vero: tra Prima e Seconda Categoria veneta, s’accasa al Sant’Anna d’Alfaedo restandoci per sei stagioni e giocando, per un periodo, nella stessa squadra dei suoi fratelli in cui ha visto una retrocessione dalla Prima alla Seconda Categoria e la risalita in prima solo nell’ultima stagione disputata con i veneti.

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Damiano Tommasi in azione con la maglia della polisportiva La Fiorita

Ma nel momento in cui Miccoli accettava la proposta dai maltesi del Birkirkara, Damiano Tommasi rispondeva affermativamente a quella dei sammarinesi della Polisportiva La Fiorita: il numero 17 giallorosso veste i colori della società di Montegiardino per le due partite di Europa League.

L’andata è un disastro: arrivano cinque gol dalla squadra di Vaduz, capitale del Lichtenstein, e il primo solo dopo quattro minuti dal fischio dell’arbitro e Damiano Tommasi confesserà poi a margine della partita che avrebbe voluto fare di più. Gli undici migliori de La Fiorita scendono, però, nuovamente in campo nella partita in casa del Vaduz, quella di ritorno: i cinque gol ci sono sempre ma Tommasi ne regala uno che ne vale cento, per la squadra gialloblù.
Fuori dal campo è una festa e un applauso per gli undici sammarinesi e poco importa che in due partite si sono sommati ben dieci gol subiti, quale altra squadra dilettantistica di uno stato in miniatura può dire d’aver partecipato alle preliminari di Europa League con Damiano Tommasi tra i propri titolari?
O, allo stesso modo, d’essere stato servito per l’assist vincente prima del gol di Protti, da Agostini e di aver girato un pallone chiave ad Aldair nel Murata allenato da Casadei?
Anche questo è il calcio a San Marino.

 

di Marco Piccinelli
@parlodasolo

Olimpiadi roma 1960: il cammino della Nazionale di calcio

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 7 dicembre 2015

Nel 1960 Roma fu teatro delle XVII Olimpiadi dell’era moderna dal 25 agosto all’11 settembre.
La febbrile attesa culminò quando il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi proclamò l’apertura ufficiale dei giochi dinanzi a 70.000 spettatori entusiasti e gioiosi. La capitale, fulcro di uno stivale che in fondo non si era ripreso completamente dalla distruzione bellica, ospitò l’evento con un entusiasmo palpabile.
Il boom economico si apprestava a mutare abitudini e costumi di un paese in fermento.
Giulio Andreotti, all’epoca ministro del Tesoro, ricoprì la veste di Presidente del Comitato Organizzatore. Indimenticabili le imprese di Abede Bikila, Livio Berruti, Wilma Rudolph nell’atletica e Nino Benvenuti nella boxe. La Nazionale di calcio, radice di un movimento in piena crisi d’identità imbottito di oriundi reduci da irrimediabili fallimenti, accolse numerosi giovani in rampa di lancio.
La Federazione per la guida tecnica pensò ad una coppia inseparabile e vulcanica formata da Gipo Viani e da Nereo Rocco.

Il tandem, non potendo selezionare giocatori provenienti dai Mondiali in Svezia, vestì i panni di talent scout alla ricerca di diamanti grezzi da accudire con sagacia e pazienza. I vivai della Serie A e della cadetteria vennero presi d’assalto e molti ragazzi salirono sul treno più importante della loro carriera. Dal Milan giunsero i difensori Giovanni Trapattoni, Gilberto Noletti e Sandro Salvadore.
Negli ambienti rossoneri, intanto, girava con insistenza il nome di Gianni Rivera.
Il fantasista diciassettenne, cresciuto nell’Alessandria, entrò prepotentemente nell’orbita azzurra.
Il futuro ‘golden boy’, nonostante il fisico non certo prorompente, sopperiva mettendo sul piatto qualità tecniche superlative. Il contingente accolse anche Giacomo Bulgarelli e Paride Tumburus del Bologna, mentre dai friulani dell’Udinese venne scovato il terzino Tarcisio Burgnich. Il ritiro si svolse in quel di Grottaferrata. Il ‘Trap’, per un piacevolissimo scherzo del destino, nel cuore dei Castelli Romani trovò Paola che diventerà la donna della sua vita. Durante gli allenamenti Viani ed il ‘Paron’ Rocco pretesero il massimo impegno dagli allievi. Le potenze dell’est europeo, più esperte e funamboliche, partirono con i favori del pronostico. L’Italia venne inserita nel raggruppamento 2 al cospetto di Inghilterra, Brasile e della cenerentola predestinata Taiwan. La doppietta di Rivera e le firme di Tomeazzi e Fanello asfaltarono la squadra asiatica nel tranquillo e agevole match iniziale. La musica cambiò nella seconda partita contro l’arcigna Inghilterra. Al ‘Flaminio’ finì 2-2. Sboccò il centrocampista Giorgio Rossano. Pareggio britannico timbrato da Brown. Ancora Rossano per il sorpasso azzurro. Hasty siglò la rete della beffa. L’ultima sfida del girone, con i maghi del Brasile, risultò quindi decisiva per la qualificazione. Vicente Feola, trainer originario di Castellabate, traghettava la rappresentativa carioca in quel periodo.

Il Comunale di Firenze ospitò la difficile gara.
Partenza in netta salita dopo il gol verde-oro ad opera di Waldir al 4’pt. Rivera e Rossano rianimarono le speranze ribaltando il punteggio sul 3-1 conclusivo. La compagnia si trasferì poi in quel di Napoli per affrontare la temibile Jugoslavia in Semifinale. Nell’arco dei 120 minuti regolamentari l’equilibrio non si spezzò. All’acuto di Galìc rispose lo stopper felsineo Tumburus; tutto racchiuso nei tempi supplementari. La voce inconfondibile di Nando Martellini narrò quella epica battaglia sportiva sulle onde di Radio Rai. L’estrazione a sorte tramite il lancio della moneta condannò la truppa italiana alla finale per il terzo e quarto posto. L’Ungheria dimostrò maggiori motivazioni strappando la medaglia di bronzo a Bulgarelli e soci. Inutile il gol di Tomeazzi quasi allo scadere.

La Finalissima vide il trionfo della Jugoslavia sulla Danimarca dell’attaccante Harald Nielsen che quattro anni più tardi vincerà lo Scudetto tra le fila del Bologna guidato da Fulvio Bernardini. L’avventura della Nazionale Olimpica del 1960, nata e cresciuta all’ombra del Colosseo e del Pantheon, pose dunque le basi per la rinascita del calcio italiano.

di Alessandro Iacobelli

Giugni: «Le ragazze che giocano a calcio meritano rispetto»

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 9 novembre 2015

La Serie C di Calcio a 11 Femminile è iniziata da circa poche settimane e già, verrebbe da dire, è entrata nel vivo: il girone unico di quest’anno non vede compagini di rilievo come la Roma XIV o simili, tuttavia è foriera di esperimenti interessanti, come quelli delle squadre formatesi con delle calciatrici che si stanno avvicinando (o riavvicinando) al mondo del calcio.
Un’alfabetizzazione al calcio a 11 in sostanza, per cui la Serie C può essere un ottimo banco di prova per molte atlete, come ha affermato Francesco Giugni, allenatore della Guardia di Finanza Calcio, interpellato dal ‘Nuovo Corriere Laziale’.

La tua squadra ha iniziato il campionato col piede giusto, qual è il tuo giudizio riguardo il girone unico della Serie C di Calcio a 11 Femminile?
«La Serie C di quest’anno è un campionato in cui sono inserite molte squadre, come la Guardia di Finanza stessa l’anno scorso, che erano state create ex novo. Si sta cercando, in buona sostanza, di far ampliare e irrobustire quelle nuove realtà che si approcciano al calcio femminile. Sono presenti delle squadre, quindi, che – avendo poca esperienza – non si possono permettere un tipo di prestazione specifica tuttavia il campionato di serie C dà buone possibilità a tante ragazze, dal momento che si scontrano tra loro sia calciatrici esperte che giocano da tanti anni, sia calciatrici che si stanno approcciando adesso (o riavvicinando) al mondo del calcio. Per questo, giacché nello scorso anno mi sono trovato nella stessa situazione, apprezzo molto le atlete che si mettono in gioco nonostante le difficoltà di ‘neocalciatrici’».

Una ragazza che decide di giocare a calcio vince uno stereotipo non indifferente…
«Esatto! Le atlete che iniziano a giocare a calcio vengono percepite come ‘mascoline’ o che disputano uno sport per cui deve avere una certa dote fisica. Anche se, in ogni caso, questa è un’idea rimasta solamente ancorata all’Italia: il calcio femminile, in altri Paesi – ad esempio -, è posto sotto un’altra luce ed ha una diversa importanza e questo è, forse, anche determinato dal fatto che nel nostro Paese s’è sempre guardato al calcio come uno sport per uomini. Secondo me, ovviamente, non è così, anche se calcio femminile e calcio maschile non andrebbero neanche messi a paragone, nonostante si giochi allo stesso modo: non si può dire, in sostanza, che uno sia più legittimato dell’altro o che la donna che gioca al pallone sia ‘uomo’».

Da quest’anno la Guardia di Finanza ha introdotto una nuova squadra di calcio a 11 che disputa sempre la Serie C: il Circolo Guardia di Finanza. Prima si parlava di alfabetizzazione al calcio di alcune calciatrici, il percorso della seconda squadra va a porsi su questo solco?
«Sì, esatto. E’ da apprezzare, infatti, il fatto che queste ragazze scendano nel rettangolo di gioco che vadano incontro a facili scoramenti dovuti dal risultato finale di una partita quando si incontrano compagini più preparate della propria. Tuttavia, non sempre accade, dal momento che entra in ballo la determinazione e la passione delle ragazze stesse: non solo, quindi, è da tener presente l’avvicinamento delle ragazze che iniziano a giocare a calcio da zero (anche all’età di ventotto anni, ad esempio), ma anche calciatrici che hanno smesso e che ricominciano a giocare dopo tanto tempo. Col tuo lavoro hai fatto tornare loro la passione e la voglia. Anche la Serie C può dare qualcosa, in questo senso ‘vince’: avere squadre di neocalciatrici nel campionato che non hanno paura d’essere ‘schiacciate’ da una valanga di gol – per un fattore d’inesperienza, non d’altro – danno il loro contributo e partecipano avvicinandosi o ri-avviciandosi a questo sport».

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Francesco Giugni, allenatore della GDF Calcio Femminile (Serie C)

A proposito delle neocalciatrici che partono, sostanzialmente, da zero, come valuti l’inserimento delle squadre di giovanissime all’interno di alcuni gironi dei Giovanissimi Provinciali? E’ una metodologia d’inserimento sbagliata, oppure no?
«Sbagliata direi di no, può essere anche positiva, soprattutto per fare in modo che le ragazze possano avere l’opportunità di giocare. Certo, anche qui si ripete il concetto che esprimevo poco fa: devono essere ragazze forti in quanto, sicuramente, possono non ricevere subito i frutti del loro lavoro e vivere delle brutte sconfitte sul campo da squadre maschili che giocano da più tempo e a causa della prestanza fisica, che nel calcio conta tanto. Il pericolo, più che altro, è questo, non tanto il mettere a confronto le ragazze coi ragazzi o calciatrici più brave con calciatrici meno brave. L’importante è che queste ragazze riescano a resistere, affrontando un periodo difficile, per poi poter migliorare. Nel complesso, in ogni caso, le calciatrici sono determinate tanto quanto i ragazzi che giocano a pallone: posso assicurare, da allenatore, che non è affatto facile subire venti gol a partita, sia che essi siano stati inflitti da una squadra maschile o da una compagine femminile più preparata della tua. Bisogna capire, quindi, che si sta affrontando un percorso di crescita che porterà a dei risultati sia riscontrabili sul campo, sia di tipo tecnico, tuttavia il nodo è quello: la pazienza d’aspettare per poi avere dei risultati. Anche per questi motivi il Vice Presidente del GDF, il Maggiore Gianluca Berruti, ha voluto a tutti i costi che si formasse e iscrivesse la seconda squadra femminile».

C’è un dibattito che si protrae da un po’ di tempo riguardo il dilettantismo della Serie A di Calcio a 11 Femminile. Una Serie A professionistica potrebbe incentivare lo sviluppo del settore? Che idea ti sei fatto a riguardo?
«Io penso che sia un’ottima idea, quella del porre almeno la Serie A sul piano professionistico o semi-professionistico: potrebbe dare, infatti, un incentivo in più ed essere un segnale di crescita del settore. Sono valide, allo stesso modo, le proposte di obbligo di un vivaio delle società o – come avviene già in alcune società blasonate – di aprire anche una squadra femminile. Sono queste, secondo me, le cose che possono fare la differenza: l’idea di una massima serie professionistica o semi-professionistica può avvicinare molte ragazze e può essere di stimolo alle calciatrici che intendono riprendere a giocare. Molte, infatti, nonostante abbiano voglia di giocare al pallone, lasciano la propria passione, per un motivo o per un altro. E questa è la sconfitta più grande».

Alcune società di calcio maschile di Seconda e Terza Categoria (a Roma e nel Lazio) hanno intrapreso il percorso dell’azionariato popolare, replicando il fenomeno dell’FC United of Manchester in Inghilterra, penso all’Ardita, all’Atletico San Lorenzo o alla matricola Spartak Lidense. L’azionariato popolare potrebbe essere preso in considerazione anche dalle società di Serie C Femminile, per far sì che si crei un seguito attorno a quella data squadra e per fare in modo che si stimoli un dibattito attorno alle ragazze calciatrici?
«Penso che possa essere un incentivo. In ogni caso, ad oggi, è ben accetta qualsiasi tipo di iniziativa che possa dare un input positivo al mondo calcistico femminile: le ragazze si impegnano molto e se lo meritano, soprattutto per chi fa molti sacrifici da anni. Meritano riconoscenza e rispetto».

 

di Marco Piccinelli

La favola di Adamo e.. Zena! Il sogno dell’ASD Zena: la squadra di Campagnoli, primo club genovese di Roma

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 18 maggio 2015

«Il progetto è partito dalla voglia di omaggiate la squadra del cuore, il Genoa: quando si ha in mente di fare qualcosa, si ha voglia di portare avanti la propria fede s’arriva anche a questo: fondare una squadra di calcio!», a parlare è Massimo Campagnoli, presidente dell’ASD Zena Calcio e già portiere del Genoa nel ’64.
Prima rassicurazione, doverosa, ai lettori che hanno tra le mani questa copia del ‘Nuovo Corriere Laziale’: Zena, semplicemente, è il nome della città di Genova nel dialetto ligure. Campagnoli, dunque, era portiere del Genoa ne 1964 ma il calcio, come facilmente comprensibile, era ben diverso da quello odierno e non era affatto basato sui grandi capitali che ruotano attorno alle società calcistiche, anche perché: «non c’era retribuzione, se la squadra andava bene, riuscivi a trovare lavoro e a mantenerti, io – portiere – sono riuscito ad entrare all’Italsider…tra l’altro anche il nostro mister è un portiere ed entrambi abbiamo due figli portieri!».
Ma le vicende dei rossoblù iniziano molto tempo prima, a cavallo tra ‘800 e ‘900.
La storia della nascita del Genoa si perde e si confonde tra la nube della leggenda e l’aneddotica ad essa conseguente ma con un dato più che certo: il Genoa Cricket and Football Club è la prima squadra nata in Italia con la ‘piccola’ particolarità – eufemisticamente parlando – che è stata messa in piedi da un manipolo di inglesi. Charles de Grave Sells, il nome del primo Presidente del Genoa Cricket and Athletic Club: anno 1893.  E già solamente tre anni dopo si unì alla compagnia inglese James Spensley, nato nel quartiere londinese di Stoke Newington nel 1867, medico, terzino e capitano rossoblù, nonché pastore evangelico: fu lui a cambiare nome in Genoa Cricket and Football club e a dare il decisivo impulso perché i colori di ‘Zena’ iniziassero ad imporsi sul pionieristico panorama del calcio italiano. Ci sarebbero un mucchio di cose da scrivere sul Genoa, come quella che lega i colori rossoblù allo stadio più longevo della storia calcistica italiana, il Luigi Ferraris: inaugurato nel 1911 detiene il primato di impianto più antico – e tutt’ora in uso – del Paese; battuto di due anni c’è solo il ‘vecchio’ Pier Luigi Penzo di Venezia, situato alla Fondamenta Sant’Elena, un isolotto raggiungibile solo in vaporetto.

Accantonando il velo romantico del calcio pionieristico dei primi del ‘900, lo Zena Calcio quest’anno ha disputato la Terza Categoria nel girone C chiudendo la stagione con 77 gol all’attivo e 38 al passivo: «lo Zena, intanto, ha un progetto, che ha condiviso col Mister Campana, cioè quello di arrivare fino in Prima Categoria: abbiamo la possibilità di avere un sponsor importante (Herbalife) e un organico ottimo che vede elementi provenire da diverse categorie superiori, quindi il progetto ha delle basi molto solide».
La realtà dello Zena, dunque, è una particolarità tutta romana «la maggior parte delle persone, compreso me – afferma il tecnico Campana – non sapeva neanche quello che potesse significare la parola ‘Zena’, pensandoci bene si collega il termine alla città, tuttavia inizialmente è facile strabuzzare gli occhi rispondendo alla domanda ‘gioco con lo Zena’, ma è una bella cosa».
Il tecnico, in ogni caso, non ha battuto ciglio e ha sposato il progetto sin da subito perché «già c’era un’amicizia con Massimo (il presidente nda), appena me l’ha chiesto sono intervenuto in suo soccorso, ma sempre perché c’è la volontà di operare in questo campo. D’altra parte sono trent’anni che gioco e la naturale prosecuzione della carriera era quella, cioè, di prendere il patentino di allenatore, di diventare tecnico e non importa se si stia parlando di Terza, Seconda, Prima Categoria o Eccellenza, l’importante è il gruppo», dichiara mister Campana. Certo è che, in ogni caso, c’è la volontà di consolidare – e magari legare – la propria presenza alle categorie superiori della Terza: «a questo ci pensa il mister – dice sereno Campagnoli indicando l’allenatore Campana – senza la famosa “amalgama” non si va da nessuna parte».
«C’è da dire  – prosegue il presidente – che noi siamo in collegamento con i fanclub del Genoa, sia a Roma che in altre parti d’Italia; oltre a questo, come s’è incuriosito lei, si sono appassionati dall’Inghilterra e, dal momento che il Genoa è stata la prima squadra italiana di calcio e fondata dagli inglesi, ce n’è un’altra britannica di nascita italiana, il Wasteels, con la quale abbiamo organizzato un quadrangolare assieme ad altre squadre romane (Real Tuscolano, Futura, Wasteels e Zena), fissandolo per le giornate del 23 e del 24 maggio»«Un’altra cosa, per noi molto importante, è che il Genoa ci ha scritto complimentandosi con noi per il risultato raggiunto una manciata di giorni fa», afferma fiero Campagnoli, ma – d’altra parte – la prima squadra genovese di Roma non poteva passare inosservata: alfa e omega del calcio italiano, i rossoblù del Genoa, che disputano il massimo campionato italiano di calcio, scrivono allo Zena che ha appena concluso la terza categoria, ovvero il primo gradino del dilettantismo e del football italiano. Il Genoa che riconosce lo Zena come ‘squadra satellite’, se così è consentito dire a chi scrive. I rossoblù genoano-romani, tuttavia, hanno già in programma la Seconda Categoria, come spiega mister Campana: «Ci sono i playoff per la Seconda categoria, ma è già contemplato il passaggio nel campionato successivo»«E’ stato un girone durissimo», ci tiene a specificare Campagnoli, «non abbiamo vinto il campionato per nostri errori iniziali, ma il livello è molto alto» anche perché, gli fa eco il tecnico dello Zena, «ci sono squadre ben impostate, che potrebbero serenamente disputare campionati di Seconda e Prima Categoria, dal momento che possiedono giocatori validi che magari sono semplicemente ‘scesi’ per motivi strettamente personali».
«A Ciampino, certo, non s’aspettavano di vedere giocare lo Zena, anche perché nella stessa struttura, l’Arnaldo Fuso – dichiara Campagnoli – ci sono altre società che disputano la Seconda Categoria e, molto spesso, si domandavano cosa avessimo intenzione di fare, tuttavia il progetto è solido e i giocatori che salgono su questo treno lo sanno» anche perché «la Terza Categoria è sempre malvista dai giocatori, preferiscono squadre di Seconda, è legittimo».
Ma, dopotutto, la Seconda Categoria è il secondo passo dello Zena Calcio, dopo aver disputato – da matricola – un ottimo campionato, come scritto sui profili social della squadra: “Segunda Categoria..semmu arrivé”!

di Marco Piccinelli

I ricordi di Fabio Fratena: dagli anni vissuti a Foggia e Salerno come calciatore, alle stagioni da allenatore

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale dell’8 giugno 2015

Sulle pagine del ‘Nuovo Corriere Laziale’ si racconta un protagonista importante del calcio professionistico, attualmente allenatore in seconda di Mario Somma al Latina. Stiamo parlando di Fabio Fratena. Da piccolo, come tutti i ragazzi, rincorre un pallone dalla mattina alla sera. Il sogno si avvera quando la società Giardinetti, rinomatissima nell’ambito regionale, nota un talento da valorizzare in ottica futura. Le potenzialità del volenteroso Fabio non passano inosservate ed in breve tempo l’estrosa ala brucia le tappe. Dalla Lodigiani alla Cerretese, passando per il Trento e la Cavese. Impressi nella memoria anche gli anni passati al Foggia, alle dipendenze del boemo Zeman, ed alla Salernitana. “Una carriera vissuta con grande passione e trasporto. Indubbiamente il momento migliore – ha esordito Fratena- è coinciso con le stagioni a Foggia e a Salerno. Certo non dimentico gli esordi nelle giovanili del Giardinetti, poi tra le fila della Lodigiani e della Cerretese che ha lanciato tanti ragazzi nel professionismo. Ricordo con piacere pure il passaggio alla Cavese”. Si comprende una leggera vena nostalgica. “Il calcio del mio periodo – ha dichiarato l’ex calciatore capitolino – era diverso da quello odierno. Prima a dominare erano la passione e l’appartenenza alla maglia; si è perso qualcosa, ma perché il mondo è cambiato ed insieme muta anche lo sport”. Nell’esperienza di Foggia ci fu l’incontro con mister Zeman, uno dei personaggi più discussi in Italia e all’estero. “Un allenatore importante – ha detto Fratena riferendosi al tecnico Ceco – con un’idea altrettanto rilevante in mente. All’epoca giocavamo davvero un grande calcio; ancora oggi riesce ad essere al passo con i tempi ed insegna calcio come pochi”. Al culmine dell’avventura da calciatore, inizia quella da allenatore. I suoi trascorsi meritano una sottolineatura: Cisco Roma, Cynthia Genzano, Monterotondo, Sansovino. L’ultima esperienza risale alla stagione 2012-2013 alla guida del Fondi in Lega Pro, prima della chiamata di mister Somma alla guida della compagine nerazzurra in Seri B. “Ho intrapreso la nuova carriera da allenatore nel Monterotondo. Successivamente – ha affermato Fratena – sono andato a Guidonia, a Genzano con il Cynthia togliendomi diverse soddisfazioni. Ho approfittato della pausa per studiare ed aggiornarmi. Cerco sempre di inculcare ai miei giocatori una mentalità di squadra propositiva, lavorando sodo durante la settimana in allenamento, in base ovviamente al livello tecnico ed alla condizione atletica dei singoli”.

di Alessandro Iacobelli

Sora, Lazio e Roma: quanti intrecci!

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale dell’8 giugno 2015

Nel corso dei 110 anni di storia le vicende del Sora Calcio si sono ripetutamente intrecciate con le due principali società capitoline. I rapporti con la Roma e la Lazio sono stati sempre proficui. Riavvolgiamo allora il nastro. Un tuffo nel passato tra amichevoli e trasferimenti concretizzati o soltanto ipotizzati. Nel 1907, sulle orme del rilevante successo ottenuto dal football in Inghilterra, vide la luce il Club Ginnastica e Calcio Sora. In piena ‘Belle Époque’ vennero organizzate esibizioni a dir poco elettrizzanti contro avversarie di spicco; una di queste fu appunto la Lazio, primo sodalizio sorto nella capitale. Teatro delle contese, in mancanza di un impianto specifico, era Piazza Indipendenza. La gioia e la spensieratezza, purtroppo, lasciarono presto spazio alla crudeltà della prima guerra mondiale. Come se non bastasse un terribile terremoto scosse la città volsca il 13 gennaio 1915. Al culmine di cinque lunghi anni, partendo da zero, un gruppo di appassionati volenterosi fondarono una nuova società. Grazie al cospicuo impegno economico del Cavaliere Antonio Annunziata, industriale del sapone, venne terminata la realizzazione dello stadio ‘Sferracavallo’, intitolato poi al compianto portiere Claudio Tomei. La presidenza del sodalizio sorano verrà poi ereditata dal figlio di ‘Sor Antonio’ Lillo Annunziata.  Nel 1939-1940 il Sora sfidò e sconfisse la formidabile capolista Mater Roma di Fulvio Bernardini; risulato 1-0 con gol di Faccini. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 i destini si incrociarono di nuovo. La compagine biancoceleste, allenata da Roberto ‘Bob’ Lovati e capitanata dal libero Wilson, dovette sudare le famigerate sette camicie per superare un Sora coriaceo. I ragazzi del ‘Maestro’ Claudio Di Pucchio, ex d’eccezione, per larghi tratti fecero stropicciare gli occhi al pubblico presente regalando trame tambureggianti. Dopo circa quattro lustri, i contatti ripresero vigore. Nella stagione 1989-1990, quella che portò alle ‘Notti magiche’ dei mondiali italiani, furono organizzate un paio di amichevoli all’ombra del castello di ‘San Casto’. Nei sostenitori sorani è ancora fresco il ricordo delle ripetute lamentele inscenate dal tecnico della Roma Luigi Radice contro il terreno di gioco in terra battuta. Incredibilmente nel primo tempo i bianconeri chiusero sul 2-0. Nella ripresa Tancredi e soci acciuffarono il pareggio con il gol decisivo di Comi. Della sfida rimane uno scatto che ritrae i due capitani, Giannini e Promutico, scambiarsi i gagliardetti. Precedentemente si giocò anche un incontro con la Lazio. Capitan Maurizio Promutico e Pasqualino Di Stefano portarono il Sora avanti 2-0. Gli uomini di Beppe Materazzi rimontarono poi vincendo per 2-3.

 

Quanti sanno o ricordano che Alcide Chiggia fu allenatore del Sora? Il fuoriclasse uruguagio, autore della rete che consegnò la Coppa del Mondo alla sua nazionale nel 1950 nella finale contro un Brasile favoritissimo e acclamato dai 100.000 del Maracanà, trovò fortuna in Italia. Nel 1953 il patron Renato Sacerdoti strappò Chiggia alla concorrenza annunciando l’acquisto in un’assemblea dei soci al Teatro Sistina. Con la casacca romanista inanellò otto campionati. Insieme a Schiaffino la Roma vinse una Coppa delle Fiere nel 1961. La successiva stagione, si aggiudicò uno scudetto con il Milan del ‘Paròn’ Nereo Rocco, di Rivera e Altafini marcando solo quattro gettoni. Appesi gli scarpini al chiodo la funambolica ala naturalizzata italiana intraprese la carriera da allenatore. Il Cavalier Sirio La Pietra, in concerto con il braccio destro Don Mario De Ciantis, affidò a Chiggia una squadra in cui iniziava a mettersi in luce il diciottenne Claudio Di Pucchio. La truppa volsca si attestò al quinto posto nel Campionato di Promozione. La permanenza di Chiggia a Sora, però, durò soltanto un anno.

 

Un altro fenomeno che lega indissolubilmente la terra d’origine di Vittorio De Sica e la metropoli all’ombra del Tevere riguarda il calcio mercato. In ordine cronologico fu proprio Claudio Di Pucchio ad inaugurare questo curioso valzer. Il centrocampista classe 1944, cresciuto nel vivaio volsco, fu ingaggiato dalla Lazio nel 1966. Aggregato alla Prima squadra bagnò il suo esordio al ‘Comunale’ di Torino con una rete su rigore al cospetto della Juventus nell’ultima giornata del Campionato di Serie A. Il ‘Maestro’ dimostrò successivamente la sua stoffa anche nel ruolo di allenatore. Percorso inverso invece per Giancarlo Oddi. Il roccioso stopper passò infatti in prestito al Sora nella stagione 1968-1969, in cui totalizzò 23 presenze nel torneo Interregionale. Con Maestrelli in panchina il difensore vinse da titolare lo scudetto del 1974. Da non dimenticare pure Filippo Lilla; prelevato dal Sora, di ruolo libero, prese parte al Torneo Anglo-Italiano e alle tournèe negli Stati Uniti ed in Canada.  Dal Gruppo Sportivo Lirinia fu invece acquistato Enzo Lombardozzi. Il tenace centrocampista fu uno dei protagonisti del tricolore conseguito dalla Primavera biancoceleste nel 1975 – 1976, partecipando al ritiro precampionato in quel di Pievepelago. Nella rosa trainata da Paolo Carosi c’era l’attaccante Ezio Castellucci, un’altra vecchia conoscenza del Sora. In quel frangente il reparto offensivo poteva contare inoltre sulla classe superba di Bruno Giordano. Il curriculum parla chiaro per Giuliano Giannichedda. Il mediano pontecorvese dopo tre campionati conditi da una promozione in Serie C1 decretata dallo spareggio contro la Turris al ‘Renato Curi’ di Perugia con l’ultimo penalty trasformato da Pasquale Luiso, firmò per l’Udinese della famiglia Pozzo. Nel 2001 ecco il trasferimento alla Lazio; 107 presenze e 1 gol con trionfo in Coppa Italia il suo bottino.

 

Nel calcio a volte le operazioni non si materializzano. La vicenda accaduta ad Alessandro Nesta è emblematica. Nella compagine Primavera bianco-celeste della stagione 1994-1995 il difensore, scoperto da ‘Kawasaki’ Francesco Rocca, sorprese fin dal principio per sicurezza e personalità. Il Presidente Cragnotti per il timone della Prima squadra scelse il boemo Zeman che nel Foggia aveva stravolto tutti con il 4-3-3 e la zona. Il trainer ceco vide nel giovane qualcosa di straordinario inserendolo in pianta stabile nella rosa dei grandi. La dirigenza era intenzionata a girarlo in prestito nelle categorie minori; fu lo stesso Zeman, fumatore incallito, ad esercitare il veto. La conferma giunge dalle dichiarazioni rilasciate dall’allenatore alla ‘Domenica Sportiva’ lo scorso settembre. “I giovani forti vanno fatti giocare. Quando ero alla Lazio volevano dare Nesta al Sora, ma mi sono opposto“. Nella formazione affidata a Domenico Caso, tra l’altro, figurava la punta Simone Lucchini. L’attaccante nativo di Colleferro contribuì al favoloso Campionato di C2 disputato dal Sora nel 2000-2001. Campobasso e Catanzaro caddero rovinosamente sotto i colpi di Campanile ed Erbini. Alquanto singolare il caso di Daniele Quadrini. Nato nella capitale il 12 luglio del 1980, esterno offensivo, maturò nella ‘cantera’ della Roma per poi trasferirsi alla Primavera della Lazio nella stagione 1997-1998. In riva al Liri Quadrini totalizzò in quattro anni 53 presenze e 5 reti in Serie C2. Arriviamo quindi ai giorni nostri. Il recente successo della Primavera biancoceleste nella finale di Coppa Italia all’Olimpico contro i cugini romanisti ha visto sedere sulla panchina laziale, al fianco di Simone Inzaghi, Massimiliano Farris. L’ex difensore di Torino e Ternana, la scorsa annata ha guidato il Sora nel girone G del Campionato di Serie D raggiungendo la sospirata salvezza. Abbiamo dunque aperto l’album dei ricordi pieno di documenti impolverati, ma capaci sempre di emozionare. Speriamo che il racconto sia stato di vostro gradimento.

Alessandro Iacobelli

Fonti e foto tratte da: “1907-1997 90° anno del Sora Calcio; I cento anni buanconeri – un secolo di storia; www.laziowiki.org

 

Ecco perché Mondazzoli, o come si chiama, non deve vincere

Articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 14/12/2015

A Più libri più liberi, fiera della piccola e media editoria, si torna a parlare del gigante dei libri che controllerà oltre il 40 % del mercato editoriale italiano. Rcs (Rizzoli), infatti, ha da poco ceduto a Mondadori l’area Libri per oltre 120 milioni di euro. Tra i marchi che sono stati ceduti ci sono Bompiani, Einaudi, Archinto, Piemme, Sperling & Kupfer, e altri, Adelphi si salva. Per Rizzoli è stata un’operazione dolorosa tanto quanto doverosa, senza la quale l’azienda non sarebbe riuscita a rispettare le garanzie previste dai contratti di finanziamento. Per Mondadori, l’acquisizione è stata il coronamento di un sogno di onnipotenza grazie a cui rafforzare la propria leadership nel settore e accreditarsi come gigante dell’editoria italiana. È Mondazzoli il nome che volgarmente gli si attribuisce.
Inutile dire che oggi l’Antitrust è l’Autorità più evocata dai piccoli e medi editori se non l’ultimo barlume di speranza per i libri indipendenti e tuttavia non si è ancora espressa. I problemi reali di questa fusione sono evidenti e ineluttabili, alcuni si possono leggere in un appello, firmato mesi fa da una cinquantina di scrittori, che affermava: “un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici e (risultato marginale ma non del tutto trascurabile) renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari”. Il fatto è che, come dice Stefano Mauri, presidente di Gems, gruppo editoriale indipendente “di solito, sul mercato europeo, il gruppo editoriale leader acquisisce, per crescere, il terzo o il quarto editore del mercato interno. In Italia, il primo si è comprato il secondo. Il caso è anomalo”.

Ma cosa preoccupa davvero di tutta questa storia? Del resto se il lettore medio non si interessa al marchio presente sul libro che compra e se può usufruire di uno sconto consistente senza rinunciare alle belle storie, dov’è il problema serio? Ce lo spiega Chiara Valerio, editrice per Nottetempo, secondo la quale ci troveremmo a dover rinunciare ad una reale dialettica di contrasto, alla bibliodiversità, alla possibilità di nuove visioni editoriali, senza dimenticare che piccole case editrici di qualità hanno dato un notevole contributo all’editoria italiana, per esempio Fandango per la saggistica, Minimum fax per la narrativa, raggiungendo orizzonti editoriali che non erano mai stati visti prima.
L’altro problema fondamentale è la qualità. È innegabile che un libro richieda una cura, una distribuzione e una promozione diversa da qualsiasi altro prodotto, e che la qualità di queste attenzioni è maggiore se avviene in un contesto circoscritto, accogliente, come una vera casa, insomma in una media o piccola casa editrice. Diversamente da come avverrebbe in una realtà ampia e dispersiva come Mondazzoli, dove il sistema tende a desogettualizzare ed esiste una funzione senza un chi, idee che nascono dalla capacità di marketing e non dal genio di una testa che pensa, sogna e gioca d’azzardo.
“La via più giusta sarebbe aiutare i piccoli editori con i soldi pubblici e con un vero budget per la cultura” suggerisce Palombi, piccolo editore; battersi per una legge sugli sconti che metta tutti sullo stesso piano (tutti al 5%), permettendo una concorrenza ad armi pari. C’è bisogno di visibilità, anche televisiva, e di contrastare questa “dittatura dolce” che la tv ci impone, “si potrebbe pensare anche al sostegno da parte della politica”, dice Lidia Ravera, giornalista e scrittrice, “ma non la politica a cui siamo abituati a pensare, facciamo uno sforzo e per un attimo pensiamo alla politica alta, quella nobile”.

Serena Grimaldi