Chi perde quando la Lazio vince

di Arianna MICHETTONI

Può sembrare un paradosso, una infima insinuazione – e lo è, in effetti: è una poco velata allusione al trambusto mediatico che da lunedì coinvolge la Lazio. Una provocazione all’ipocrisia e contro l’ipocrisia, uno squarcio al velo di Maya che copre – o che si stende sul pietoso – le azioni e le motivazioni di alcuni dei comunicatori biancocelesti.
Al triplice fischio arbitrale, nel momento in cui termina Lazio – Sassuolo, vi è certamente chi esulta: i tifosi presenti allo stadio, il vero scopo ultimo a cui ogni giocata sul campo è rivolta; coloro i quali – dietro ad uno schermo o davanti al televisore – non rinunciano tuttavia a seguire le sorti biancocelesti; e, ancora, tutti quelli con auricolare e radiolina, anche di una particolare nostalgia e bellezza storica. Vi è certamente chi esulta, insomma, chi si lascia trasportare da entusiasmo ed ottimismo ed è contento, davvero contento. Eppure, se è vero che la nostra esistenza è basata su un fondamentale equilibrio, alla gioia di qualcuno fa da contraltare l’amarezza di altri: nel naturale ordine delle cose, dovrebbe trattarsi dei supporters neroverdi o comunque dei rivali biancoceleste. Allora la considerazione critica che qui si sta impostando cesserebbe in una illogica constatazione; e però no, tanto disappunto non è solamente dell’avversario domenicale. C’è infatti chi perde quando la Lazio vince – non è un gioco di parole, non è affatto un gioco: c’è chi perde di credibilità per aver sbagliato il pronostico alla vigilia; c’è chi perde un personale obiettivo impostato sulla coscienza sporca; c’è, in ultimo, chi perde la considerazione verso se stesso e il prossimo, preda di uno spasmo nervoso ed insolente per aver mancato l’occasione di tacere e non aver dato sfogo alla più becera delle frustrazioni. Più dell’incompetenza, dunque, poté la malafede: ed ecco la ragione per cui, spentasi la luce della ribalta biancoceleste – già messa in dubbio dal prossimo match contro il Napoli, ci si è affrettati ad accendere il cerino del dissacrante dissenso. Tre le tematiche principali: le polemiche ed il malumore (di Cataldi e Luis Alberto, riportati con una morbosa dovizia di particolari), le improvvise e strumentali difficoltà nei rinnovi contrattuali (De Vrij e Biglia in ordine cronologico) e – ultimo ma non ultimo – un capzioso titolo sull’ammontare del debito laziale con il fisco – che a saper e voler leggere è sempre lo stesso, quello che era e che sarà ancora per anni; che a saper e voler leggere è stata la soluzione salva-Lazio ad opera di uno soltanto, pur riportata con intricate iperboli ed inconsistenti doppi sensi. Non un perché che spieghi le ragioni di tali scelte editoriali, mediatiche ed opinionistiche, nessuno vuol qui offendere l’intelligenza ed il senso critico altrui – segni di pensiero senziente vengono dai commenti agli attacchi di questi sedicenti esperti del mondo biancoceleste; quanto piuttosto l’esasperazione del dover constatare, di nuovo e senza nulla di nuovo, nient’altro se non l’intenzione di ingannare: di voler gettare necessariamente discordia per non distogliere l’attenzione contestatoria ormai basata e votata sul nulla, quando risultati e reazioni finalmente restituiscono il giusto affetto e approvazione alla squadra biancoceleste. Ma la pratica infida resta, e per questo c’è chi perde quando la Lazio vince – a loro auguriamo di toccare il fondo (nella speciale classifica del consenso, ovviamente) e di scrivere tanto e tanto ancora sulle storture del mondo biancoceleste: ricordando che la bruttezza, così come la bellezza, è negli occhi di chi guarda.

Europa League, 4 a 2 della Roma sull’Austria Vienna e primo posto solitario

di Lorenzo Petrucci

(foto di © Gian Domenico SALE – www.photosportiva.it)

 

Più forti delle assenze (soprattutto in difesa), più forti di un avversario che due settimane fa all’Olimpico aveva spaventato e non poco la Roma, più forti di uno svantaggio nella gara odierna dopo appena due minuti. Con questa volta che la Roma ha rischiato poco o nulla contro l’Austria Vienna, imponendosi per quattro a due e conquistando il primo posto solitario del girone a due giornate dal termine. Come già detto, giallorossi che nel reparto arretrato devono fare a meno di numerosi elementi, ultimo Fazio tenuto in panchina per precauzione. Scala allora per esigenza sulla linea dei difensori De Rossi.
Dall’altra l’Austria Vienna che ben comportatasi in casa dei giallorossi vuole farlo anche davanti al proprio pubblico e magari provare a fare bella figura. A partire subito bene sono proprio i padroni di casa che dopo nemmeno due giri di orologio colpiscono a freddo la Roma portandosi in vantaggio. Venuto dalla destra crossa al centro, Alisson e Rudiger non si capiscono e lisciano entrambi il pallone ma non Kayode che ne approfitta e appoggia quanto basta il pallone in rete affinché superi la linea.
Dello svantaggio improvviso non ne risente la Roma che non ci sta e allora due giri di orologio più tardi pareggia subito i conti: Paredes lancia in profondità Peres, l’esterno brasiliano dal fondo passa al centro a Dzeko che di tapin supera il portiere austriaco.
Poco dopo il quarto d’ora la Roma completa anche la rimonta con De Rossi che su azione di calcio d’angolo si avventa su un pallone vangante in area avversaria e da pochi passi a porta vuota fa due a uno.
Nel secondo tempo, forte del vantaggio, la Roma conquista le redini del gioco, lasciando poco spazio agli avversari e realizzando la terza marcatura al 20’st con Dzeko. L’attaccante bosniaco, ben pescato tra i centrali avversari da un bel lancio di El Shaarawy, supera l’estremo difensore austriaco colpisce prima il palo e poi appoggia in rete.
Cala infine il poker Nainggolan poco dopo la mezz’ora con un bel tiro al volo di controbalzo. Ma la partita non è ancora finita con l’Austria Vienna che accorcia le distanze con Gruenwald che di sinistro di controbalzo batte Alisson per il due a quarto finale che lancia la Roma in testa al girone e l’Austria Vienna seconda nell’ultimo posto possibile per il passaggio del turno.

 

IL TABELLINO

AUSTRIA VIENNA – ROMA 2 – 4

MARCATORI 2’pt Kayode (A), 4’st, 20’st Dzeko (R), 17’pt De Rossi (R), 33’st Nainggolan (R), 44’st Grünwald (A)
AUSTRIA VIENNA Hadzikic, Stryger, Rotpuller, Filipovic, Martschinko, Serbest (39’st Prokop), Holzhauser, Venuto (41’st Tajouri-Shradi), Grünwald, Felipe Pires, Kayode (26’st Friesenbichler) PANCHINA Pentz, Vukojevic, Stronati, Samon PANCHINA Fink
ROMA Alisson, Bruno Peres, Rüdiger, De Rossi, Juan Jesus, Paredes, Strootman, Perotti (39’st Iturbe), Nainggolan, El Shaarawy (26’st Gerson), Dzeko PANCHINA Szczesny, Salah, Fazio, De Santis, Marchizza ALLENATORE Spalletti
ARBITRO Estrada (Spa)
NOTE Ammoniti Kayode, De Rossi, Rüdiger, Strootman, Grünwald, Martschinko  Angoli 3 – 3 Rec. 1’pt – 3’st.

 

Intervista a Claudio Di Pucchio: “Il calcio? La mia soundtrack”

La vita di Claudio Di Pucchio, come in un film da Oscar, è accompagnata a braccetto dal calcio. Una costante che domina da sempre nella mente di un personaggio emblematico di un periodo ormai lontano e dimenticato.

L’enciclopedia dei ricordi si apre con naturalezza dinanzi ad un buon caffè in Piazza Santa Restituta a Sora. Il mister accende una sigaretta e con la sua conclamata pacatezza parte nel viaggio del passato. Partendo dall’infanzia: “Il gioco del calcio è stato la colonna sonora della mia esistenza intorno alla quale ho creato le altre cose. Una passione naturale, quasi ovvia per la società in cui vivevo. Ho avuto la fortuna di poter sfogare tale passione in tanti anni di attività. Da bambino, parlo dell’immediato secondo dopoguerra, il calcio era lo sport praticato dalla maggioranza della popolazione. All’epoca le piazze e le strade erano libere da qualsiasi pericolo. Nascevano campetti sotto ogni abitazione. Bastava una palla di pezza o di camera d’aria di biciclette per divertirsi. Certo, un paio di scarpe alla settimana si rovinavano e i costi per le nostre famiglie lievitavano. Pensa che sono nato quando ancora esisteva il Regno d’Italia. Da ragazzino frequentavo l’oratorio ‘Giosuè Borsi’ dove si svolgevano tornei calcistici. Veniva poi formata una squadra che partecipava al torneo Interdiocesano. Arrivammo primi e contemporaneamente sbarcò al Sora l’allenatore Grigoli. Un tecnico che ricordo con estremo piacere per le sue qualità didattiche. Lui stesso organizzò un torneo giovanile in città chiedendo a noi dell’oratorio di partecipare. Il prete Don Dino non era contento della strada che stavamo prendendo. Decidemmo allora di organizzarci in autonomia indossando la maglia con una stella azzurra sul petto. Al termine della competizione Grigoli tesserò me ed altri sette ragazzi di cui molti hanno giocato in Prima Squadra come Alviani, Fornari, Conflitti, Forletta. Era l’estate del 1960. Appena compiuti sedici anni ci fu l’esordio in Prima Squadra. Nel frattempo vincemmo il campionato Juniores. Nel finale di stagione (1960-1961) giocai anche in Prima Divisione con la seconda squadra. Grigoli si mostrò soddisfatto e decise di portarmi in pianta stabile con i grandi. In quel periodo non esisteva alcuna disposizione federale che potesse favorire il debutto dei giovani. Il ragazzo giocava solo se e quando meritava andando a confrontarsi con gente esperta. Bisognava affrontare pure lo scetticismo dell’ambiente esterno. L’esordio avvenne in una trasferta a Tivoli. Debuttammo io e il terzino Conflitti. In porta Berardi sostituì il titolare. Sfidammo tutte le perplessità e vincemmo 2-1 con una brillante prestazione. Da sottolineare che a fine partita fummo presi a sassate dal pubblico locale. Un successo fuori casa poteva costare caro anche per la propria incolumità”.

Il talento in rampa di lancio inizia a stuzzicare l’appetito dei sodalizi professionistici. “Il primo anno venne a Sora la Tevere Roma che partecipava alla Serie C. Io entrai nel secondo tempo e feci due reti nel ruolo di trequartista. L’allenatore ungherese dei capitolini Boldizsàr voleva subito prendermi. Mio padre si impose e disse che fino alla laurea io non sarei mai andato via. Trovammo un compromesso, cioè fino al diploma. Conciliare lo sport con lo studio non era un’impresa semplice. Le stesse società avevano una predisposizione diffidente verso gli studi. Successe così ad Avellino, Chieti e San Benedetto dove le rispettive dirigenze non volevano che si disperdesse tempo per l’Università. Il secondo anno a Sora non fu buono. Grigoli se ne andò e io ebbi delle difficoltà nel rapportarmi con lo spogliatoio e l’ambiente cittadino. Non volevo più allenarmi, fino a quando venne organizzata una amichevole con la Fermana in cui giocava Orlandi. Lui mi esortò a fare la partita. L’allenatore giallo-blu era Corrado Viciani, il ‘Maestro’ del gioco corto. Al culmine Viciani era entusiasta di me. A quel punto ci fu il risveglio dei sorani nei miei confronti. La stagione successiva fu ottima. Feci l’esordio nella Rappresentativa Laziale. Fummo eliminati dalla Sicilia ai rigori al ‘Signorini’ di Napoli. Ogni settimana bisognava quindi andare a Roma, con enormi sacrifici. Partimmo con in panchina Tanzilli sostituito poi da Ghiggia. L’anno dopo fu fatta una squadra sulla carta debole ma che raggiunse il terzo posto, lottando con Omi e Formia per la leadership del girone. Mister Giuliano mi spostò sulla linea mediana da metodista. Mi diplomai al termine del campionato. Cominciò a seguirmi la Lazio. Qui apro una digressione che pochi conoscono. Nel 1968 il Sora si trovava senza Presidente a causa dell’addio di Sor Antonio Annunziata in rotta con la tifoseria. Il giocattolo costruito venne affidato al Senatore Senese in qualità di commissario. Il Senatore era un calciofilo e tifosissimo del Sora e della Roma. Si dilettava in disquisizioni tecniche. Ai tempi della Lazio spesso ci si confrontava nel tragitto dalla capitale a Sora. Veniva a vedere con interesse le partite della Primavera biancoceleste. Gagliardi era il suo preferito. Quando si trattò di formare la squadra bianconera portammo svariati giocatori dalla Lazio come lo stesso Gagliardi, il promettente libero Volpi, lo stopper Vuerich, Oddi ed il portiere Girardi. Feci prendere pure Galimberti dal Monza e Recagni. Un dream team che strabiliò in Serie D”.

Il passo decisivo, però, arriva con il trasferimento in Irpinia. “Sarò sempre grato alla società del Sora, con a capo il Cavaliere Sirio La Pietra, che mi diede l’opportunità di coronare l’aspirazione di giungere ad alti livelli. Avevo frequentato con costanza Roma sentendo voci negative sul trattamento riservato ai giovani nella Lazio. Pensai che un salto dalla Promozione alla Serie A sarebbe stato eccessivo e optai per il passo intermedio di Avellino. Mi trovai davvero bene e fui convocato nella Nazionale di Serie C. In estate (1965) il Presidente, su suggerimento di Sibilia, mi annunciò che la mia cessione sarebbe avvenuta dopo un altro anno. Dovevo però svolgere una preparazione fisica particolare in Veneto con il Prof. Trulla. In effetti ero gracile e mingherlino. Tornai a casa due settimane prima della conclusione del campionato. Al momento della partenza non volevo più andare. Per tutta risposta l’Avellino chiuse la trattativa con il Chieti, che rivendicava soldi per il trasferimento di due giocatori l’anno prima. Tornò poi alla carica la Lazio. C’era la concorrenza del Varese e del Cagliari di Scopigno. Ci tenevo a non perdere il rapporto con la mia terra e scelsi i colori biancocelesti. Nella capitale mi resi conto dell’incapacità nel gestire i ragazzi una volta usciti dalla Primavera. Il Settore Giovanile era gestito da addetti competenti come Flamini. Poi nascevano i problemi. Nel 1966-1967 feci una sola apparizione tra i grandi all’ultima giornata contro la Juventus. Perdemmo 2-1 e segnai su rigore. Purtroppo retrocedemmo in B. Partito da titolare fui però ceduto in prestito alla Massese per la troppa discontinuità causata dalla chiamata al Servizio militare. Intanto alla Lazio era arrivato il mister argentino Lorenzo. Lui disse che aveva trovato un talento come De Sisti alla Roma e se avessi seguito i suoi insegnamenti sarei diventato il nuovo Suarez. Avevamo una rosa ampia di 28 giocatori e diventava complicato farsi largo. Con Lorenzo i rapporti furono positivi a lungo. A marzo entrai in crisi. Si aprì un affare con la Sambenedettese per il passaggio di Sulfaro in biancoceleste in cambio del sottoscritto. Una stagione eccezionale con un epilogo non all’altezza rispetto all’andamento abitudinario per sopraggiunte criticità societarie. Fui premiato come migliore giocatore del gruppo B di Serie C dal giornale ‘Stadio’. Al rientro alla Lazio c’era la possibilità di rimanere o di approdare in B con Atalanta, Pisa o Venezia. La mattina dopo la chiusura del mercato, convinto di rimanere, lessi della cessione in prestito all’Alessandria. Litigai con il Ds laziale Galli, genero di Viani. Da Alessandria mi chiavano ogni giorno, ma io non volevo saperne. Fu di fatto Sassaroli ad esortarmi a raggiungere il ritiro di Ponzone Biellese. Andai il 16 agosto 1970 senza nemmeno i bagagli. Rimasi due anni. Un paio di anni in agrodolce in cui divenni capitano. Il patron mi riscattò totalmente. Nel 1972 decisi di sposarmi e volevo stabilità. Il Presidente Remo Sacco mi considerava come il quarto figlio. Era un imprenditore e doveva monitorare dei cantieri sulla autostrada Salerno-Reggio Calabria. Viaggiai da Piacenza in macchina con lui che cercava di convincermi con promesse importanti. Non volevo rinunciare al mio paese. Ho lasciato molto anche lì”.

Il giro nell’Italia del pallone continua con il ritorno alla Massese nel 1972. “Dopo l’Alessandria firmai per la Massese, con la trattativa portata avanti da un rampante Moggi. Tengo a precisare che ho sempre mantenuto buonissimi rapporti con le società in cui ho giocato. Stesso discorso per gli arbitri. L’unica eccezione era Menicucci di Firenze che come una tassa mi ammoniva tre volte e mi squalificava per una giornata. Mia moglie si era laureata vincendo un concorso magistrale ed io fremevo per raggiungerla. Andai a Salerno dove guadagnavo 750.000 lire al mese più un appartamento con un contratto biennale, mentre mio padre ne prendeva 60.000. Lasciai tutto e a Novembre tornai a casa”.

La nostalgia per la famiglia e gli amici non può più essere ignorata. “Messe definitivamente le basi a Sora, dopo cinque turni mi feci male all’ernia del disco. Durante i quattro mesi di stop vinsi due concorsi, al Banco Roma di Ancona e all’Ospedale di Sora. Scelsi la seconda opportunità per perseguire la passione calcistica. All’alba del secondo anno la società versava in condizioni di crisi. Guido Consigli, alla maniera feudale con la spada sulla spalla, mi nominò allenatore. Consapevole degli ostacoli, accettai l’incarico. Completai un primo ciclo di sei anni, conditi da una promozione e tre campionati entusiasmanti di IV Serie. Nel 1978 tornò in ballo l’incompatibilità tra l’attività sportiva e la professione amministrativa, obiettivamente discutibile. E’ stato un calvario e fui costretto a lasciare il lavoro”.

La mente ed il cuore portano solo a Sora. “Le radici hanno accompagnato i miei viaggi. Ricordo quando andammo con l’Alessandria a Parma e nel post-gara chiesi a un giornalista il risultato del Sora e lui mi guardò esterrefatto. Sono cresciuto in quel tratto di gradinata dove sono nati i tifosi ‘Skizzati’ nel 1988. Andavo lì con mio padre da bambino. Ho assistito alla vittoria del campionato ’52-’53 a Fondi in un match arbitrato da Sbardella di Roma e finito 3-2 per i bianconeri. Al mio ritorno avevo voglia di affermazione non per me, ma per la città. Vedevo un paese in solitudine e staccato dalla realtà crescente lungo l’autostrada. Frosinone, Anagni, Pontecorvo e Cassino stavano crescendo mentre Sora era stata isolata. Pensai di poter contribuire ad una rinascita solo con quello che sapevo fare. L’obiettivo era di rilanciare l’immagine di Sora dal punto di vista sociale prima che sportivo. Paragonabile a ciò che oggi sta facendo la pallavolo. Però nel 1981 i soliti problemi societari bloccarono tutto. Il Presidente Fiorini accusava 120 milioni di debiti. Ci fu la riforma dei campionati. Nel nascente torneo Interregionale vari capoluoghi di provincia furono ripescati, tra cui Isernia dove c’era Pontarelli. Lui conosceva la situazione volsca e mi chiese consigli su alcuni giocatori. Alla fine comprò sette calciatori sorani proprio per 120 milioni. Io dovevo essere l’allenatore, ma non ero convinto. Venne a casa Fiorini in lacrime pregandomi di andare. Una stagione discreta. Poi rimasi fermo un anno. Pontarelli mi richiamò e vincemmo l’Interregionale a Isernia. Tornai a Sora ma sportivamente c’era il Medioevo. Nel 1987 Fiorini riprese le redini societarie. Iniziò un ciclo bellissimo. Nel 1988-1989 avevamo una formazione forte. L’apoteosi ci fu nel 1992 con la vittoria del campionato Interregionale nello spareggio contro il Sulmona. Due anni dopo altra promozione in C1 con la sfida alla Turris in quel di Perugia. Nel 1996 sfiorammo la Serie B con gli arbitri che ci defraudarono. Dopo ci fu una stagione negativa dove sbagliai io perché diedi più attenzione al supercorso di Coverciano. Ero affascinato dall’idea di aggiornarmi. Fui promosso con 110 e lode insieme ad Ancelotti. Con l’applicazione della legge Bosman molti pezzi dello zoccolo duro furono ceduti. Insomma, si materializzò l’anno orribile della retrocessione. Ci lasciammo allora con la dirigenza. Altri due campionati ad Avezzano e Frosinone per tornare ancora a Sora”.

Nel 2000-2001 il ‘Maestro’ compie un’impresa inaspettata. “Nel 1999-2000 la squadra rischiava seriamente la retrocessione in D. Riuscimmo a salvarci all’ultima giornata a Tempio. In estate il Cavaliere Annunziata era esausto. Con l’ausilio del ds Antonio Frasca facemmo una campagna cessioni prolifica. Ci rivolgemmo a società fidate per prendere giocatori in prestito e inoltre quattro ragazzi delle giovanili passarono in Prima Squadra. Il gruppo veniva dato per spacciato in un girone con corazzate come Taranto, Campobasso e Catanzaro. Questa è stata la squadra che mi ha dato maggiore soddisfazione per la crescita esponenziale, per i risultati e per la vittoria della Coppa Disciplina. Nella mia intera carriera ho cercato di trasmettere ai ragazzi la serietà di pari passo con la cultura. Ad esempio devo riconoscere a Pasquale Luiso di aver sempre sottolineato tale aspetto. L’appellativo di ‘Maestro’ mi trova d’accordo se direttamente collegato con quello di educatore. All’inizio del nuovo millennio facemmo un campionato per arrivare quinti e sfruttare la delusione di chi sarebbe venuto a fare i play-off. La preparazione delle partite con Campobasso e Catanzaro fu perfetta e il sogno divenne realtà. L’anno successivo a Dicembre il Cavaliere ‘Lillo’ Annunziata lasciò la società quando la squadra era settima. Io me ne andai a gennaio. Ad aprile gli stessi calciatori mi richiamarono e ci salvammo a Castel di Sangro. Purtroppo il contesto dirigenziale era degenerato con troppa incompetenza e malafede. A gennaio si ammalò mia moglie e dovevo pensare ad altro. Nel 2004 mi ripresentai per due settimane con una scelta irrazionale. Io non mi riconoscevo più e non mi riconoscevo con la società. Se non ci avessi provato, sarebbe rimasto il rimorso”.

La chiusa è dedicata ad una riflessione profonda, ampia e alquanto delicata sulle differenze tra il calcio di oggi e quello di ieri. “Questo è un discorso particolare. Una volta la scelta dei giocatori veniva fatta su una percentuale elevatissima di praticanti, mentre oggi il numero sta diminuendo in maniera drastica. I vertici del calcio dovrebbero dunque intervenire sul serio ed invece stanno facendo solo i loro interessi. E’ inconcepibile il fatto che ci siano delle scuole calcio che sfruttano le famiglie sotto l’aspetto economico. Sarebbe giusto prendere spunto da nazioni come la Germania e l’Inghilterra con strutture degne e adeguate”.

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Alessandro Iacobelli

Foto di Matteo Ricci

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti: nel cuore del calcio inglese, viaggio del football d’oltre manica

di Lorenzo Petrucci

 

Londra la capitale del calcio. Una città che per chi ama il calcio deve visitare almeno una volta nella vita. A Londra, come in tutta l’Inghilterra, il calcio, o meglio il “football”, è diverso da quello che si conosce in Italia e in gran parte d’Europa. Non che oltre manica sia vissuto in maniera meno accesa, tutt’altro, ma il clima, la passione, l’atmosfera e tutto ciò che circonda questo mondo è diverso.
In ogni quartiere più o meno c’è almeno una squadra dilettantistica e si crede, si tifa e si piange per questa, con un senso di appartenenza che spesso va anche oltre il semplice tifo. Si è tifosi di una squadra per classe sociale, religione e ideali. Club nati per puro caso, per scherzi del destino e trovatosi a giocare in campi che una volta erano addirittura discariche o terreni di vecchie Chiese. Il fatto che nella capitale inglese siano presenti tredici squadre professionistiche la rendono una specie di “La Mecca” per chi vive quotidianamente questo sport.
img_0221Dalla Premier League, alla Championship fino alle No League il calcio in Inghilterra non perde di interesse, anzi è proprio nelle serie inferiori che si vive con più passione, squadre di quartiere con propri stadi, tifosi proprietari del club e giocatori che la domenica scendono in campo ma durante la settimana svolgono altri lavori. Dalla prima in classifica della premier League all’ultima serie può accadere di tutto, può succedere che nella FA Cup (la coppa nazionale più antica al Mondo) una squadra di quinta divisione batta una di prima o che nascano miti e vere e proprie leggende a riguardo di una sola partita, di un giocatore o di una squadra.
140 leghe, 480 divisioni e circa 7000 club iscritti, numeri impressionanti per il calcio inglese con estimatori in tutto il mondo, in un’atmosfera del genere è impossibile non sognare, non amare Londra e il calcio d’oltremanica.
L’ordine e la regolarità permettono vivere il calcio in maniera precisa e rispettosa, si può entrare tranquillamente allo stadio 5′ minuti prima dell’inizio della partita con file veloci che in men che non si dica si esauriscono, tifoserie fuori dallo stadio una vicino all’altra per poi dividersi solo al fischio della partita e tifare in modo posato e mai sopra le righe la propria squadra. Bambini e famiglie allo stadio in un clima da gita al parco il sabato e la domenica pomeriggio con sciarpe e cappellini per una festa dello sport che deve sempre essere così.
img_0227Recarsi alla partita con qualsiasi mezzo: metro, bus è facile e in macchina non è così un incubo come spesso accade ai nostri stadi. Impianti nuovi e all’avanguardia, con lo stadio che “vive” sette giorni su sette e non solo il giorno della partita, con introiti molto alti per le società di appartenenza. Assistere dal vivo a una delle principali partite del week end, quella tra Tottenham e i campioni in carica del Leicester di Claudio Ranieri è uno spettacolo per gli occhi, se il risultato finale ha detto uno a uno (gol di Jansen per gli spurs e pareggio di Musa delle foxes) per altri aspetti hanno vinto entrambe le squadre perché hanno dato vita a una gara davvero bella e dimostrato con questo spettacolo il perché la Premier League attualmente è il più bel campionato del Mondo. Questo clima è ideale per il calcio ed è questo di cui il calcio deve vivere perché “This is football”.

Youth League, sudata vittoria per 3 a 1 della Roma Primavera nell’andata contro il Cork

di Lorenzo Petrucci

(foto di © Gian Domenico SALE – www.photosportiva.it)

 

Bella ma allo stesso tempo sofferta vittoria per la Roma Primavera nell’andata del match di Youth League contro il Cork city, con i giallorossi di Mister De Rossi che superano per tre a uno bei minuti finali la formazione irlandese. Sarà stato forse per i vari impegni ravvicinati della Roma, reduce dal successo di pochi giorni fa in Supercoppa contro l’Inter e anche per la bravura degli avversari, ma la gara si è rivelata più complicata del previsto, con le reti finali in piena “zona Cesarini” di Soleri e Franchi che hanno permesso ai giallorossi di tornare in Italia con un buon vantaggio per il ritorno.
Che la partita non sarà facile si vede fin dai primi minuti, con Byrne che dai venti metri cerca subito lo specchio della porta ma calcia di poco a lato. Nonostante il buon avvio degli irlandesi è a passare in vantaggio è la Roma, che al 10′ sblocca il punteggio con Frattesi, il centrocampista nell’area di rigore avversaria centra la porta, il portiere di casa, Coffey, non trattiene con la palla che entra nella propria porta.
La gara sembra essere già nelle mani dei giallorossi ma, poco prima della metà di tempo, il Cork pareggia: Coleman passa a Drinan che salta Ciavattini e dal limite batte Crisanto. Il Cork, conquistato il pari, tiene molto bene il campo e testa alla più quotata Roma, tanto da sfiorare in un paio di occasioni anche il raddoppio, prima con un tentativo a fine primo tempo di Byrne che impegna non di molto Crisanto bravo a bloccare e soprattutto in avvio di ripresa quando l’arbitro fischia un calcio di rigore contrario, dagli undici metri si presenta Drinan che però si lascia ipnotizzare da Crisanto che intuisce l’angolo ed evita la rete.
Con le azioni si passa così al 40’st quando, dopo tanto spingere dei padroni di casa, a raddoppiare è la Roma con Soleri che dalla destra crossa al centro, il pallone viene deviato sfortunatamente da un difensore per il due a uno giallorosso. In pieno recupero la Roma cala il tris e ancor più fiducia per la partita di ritorno Franchi che su passaggio di Frattesi batte il portiere irlandese per la terza volta in giornata. Un tre a uno che lascia ben sperare in vista del match di ritorno a Roma a fine novembre con i giallorossi che però non devono sottovalutare un avversario rivelatosi ostico e difficile da battere.

 

IL TABELLINO

CORK CITY – ROMA 1 – 3

MARCATORI 10’pt Frattesi (R), 20’pt Drinan (C), 40’st Soleri (R), 45+3’st Franchi (R)
CORK CITY Coffey, Phillips, McCarthy, O’Sullivan, Taylor, Fernandes, Byrne, Coleman (C), Ogbene, Drinan, O’Riordan PANCHINA Mylod, Welch, Leonard, O’Regan, Hurley, O’Donovan, Armshaw ALLENATORE Bermingham
ROMA Crisanto, Tofanari, Ciavattini, Grossi, Pellegrini (35’st Antonucci), Frattesi, Bordin, Spinozzi (20’st Marchizza), Soleri (C), Tumminello, Keba Coly (40’st Franchi) PANCHINA Romagnoli, Marcucci, Valeau, Bouasse Ombiogno ALLENATORE De Rossi
ARBITRO Burchardt (Danimarca)
ASSISTENTI  Boric (Danimarca) e Sabic (Danimarca)
QUARTO UFFICIALE Keeler (Irlanda)
NOTE Ammoniti Ciavattini (R), Drinan (C), Soleri (R), Tofanari (R),  Pellegrini (R) Angoli 10 – 6 Rec. 2’pt – 4’st.

WEBRADIO – Il punto sulla LAZIO – con Fabio BELLI e Arianna MICHETTONI




Due vittorie contro Cagliari e Sassuolo, il caso Cataldi e la commemorazione del 4 novembre per i caduti biancazzurri e il Napoli all’orizzonte. Tantissima carne al fuoco nel punto dedicato alla Lazio sulla nostra webradio:

 

Ascolta Il punto sulla LAZIO – con Fabio BELLI e Arianna MICHETTONI” su Spreaker.

Zarelli sta con gli “abusivi”: «Sì, al subaffitto»

Apparso sul Nuovo Corriere Laziale del 31 Ottobre 2016

di Marco PICCINELLI

La scorsa settimana, precisamente nella giornata di domenica, il Direttore di ‘Sport in Oro’ Raffaele Minichino ha permesso al ‘Nuovo Corriere Laziale’  di intervenire in trasmissione e di illustrare la prima pagina che il lettore avrebbe avuto tra le mani l’indomani mattina (lunedì 24). In studio era presente anche il Presidente del CR Lazio Melchiorre Zarelli e, dato che la prima pagina della scorsa settimana verteva principalmente sulla questione impianti e dei subaffitti, s’era ritenuto opportuno rivolgere la domanda al Presidente Zarelli il quale, in diretta, aveva annunciato una iniziativa con le società a riguardo. Il ‘Nuovo Corriere Laziale’, dunque, l’ha raggiunto per poter approfondire tale tematica e sapere di più sull’assemblea con le società.

Partiamo dalla volontà di indire una riunione tra tutte le società sulla questione impianti, come da Lei anticipato a ‘Sport in Oro’ la scorsa settimana.
«Beh chiamarla riunione è riduttiva: tra poco ci sarà l’assemblea che si tiene ogni 4 anni ed è per il rinnovo delle cariche elettive del comitato»

Lei, però, parlava di una riunione che andava posta in relazione agli impianti.
«Io ho detto che tra le iniziative che vorrei intraprendere per il futuro è quella di fare una riunione, un convegno, con i vari titolari degli assessorati allo sport e le squadre».

Esattamente.
«Vorrei fare un convegno, riservato alla tematica degli impianti sportivi, che, come lei ben sa, sono  per 95/97 percento di proprietà degli enti locali, ai quali la legge impone certe procedure. Procedure che si estrinsecano nell’emissione di bandi per la concessione degli impianti sportivi. Ovviamente, per la concessione degli stessi chi vince il bando deve anche pagare un onere di concessione; avrà delle indicazioni per quanto riguarda l’utilizzo degli impianti. Una serie di cose a cui devono sottostare le società, anche perché adesso la legge impone alle amministrazioni comunali che da questi impianti devono trarre beneficio per le casse comunali».

A proposito di questo, anche la scorsa settimana si parlava della questione dei subaffitti.




«Sì, è uno dei problemi che andremo ad affrontare in questo convegno, per cercare di fare qualcosa di utile per le società, senza – per questo – dover criminalizzare le amministrazioni comunali. Anzi, proprio alcune amministrazioni soprattuto si comportano in maniera eccellente, tenendo conto della validità sociale delle nostre società. Non dimentichiamoci che il calcio dilettantistico, il calcio di base, ha un connotato, dal punto di vista sociale, non indifferente».

Proprio perché il calcio dilettantistico, il calcio di base, ha un forte connotato sociale, che idea s’è fatto sulla questione subaffitti da parte di società come Savio, Romulea, Spesso Artiglio che abbiamo documentato nei numeri precedenti del ‘Nuovo Corriere Laziale’?
«E’ una situazione che andremo ad esaminare: al momento è prematuro fare considerazioni. Nel convegno ci saranno vari punti che verranno trattati. Cercheremo di dare una mano, qualora lo desiderino, ai comuni riguardo i bandi per le concessioni che siano tutti uniformi per tutto il Lazio. Tenendo conto, ovviamente, della specificità di qualche impianto, ma è bene dare uniformità al tutto e informare le società a cosa possono andare in conto. Non possiamo metterci, al momento, a dire subaffitti sì, subaffitti no»

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No, in realtà, le chiedevo se si fosse fatto un’idea a riguardo, dato che è il Presidente del CR Lazio.
«Io non mi sono fatto nessuna idea: il convegno lo voglio organizzare e ne parlerò, ovviamente, anche con uno staff di esperti. In quell’occasione vedremo».

Vista anche la sua attenzione per lo sport di base, come detto precedentemente, il subaffitto ad una squadra di Serie A Femminile – ad esempio – (la Res Roma gioca le sue partite al ‘Vianello’, impianto del Savio) non pensa che svilisca la percezione del calcio femminile?




«Certo. Bisogna vedere, però, le condizioni in cui stanno questi impianti: se possono reggere più attività da parte di più società sui loro campi. Un conto è che ci sia una sola società con un paio di squadre che fa attività in un dato impianto, un altro è per gli altri impianti – ormai la maggior parte soprattutto qui a Roma – che sono un continuo subentrare di squadre: c’è prima la squadra ‘x’ che termina la partita, e già sono pronti gli altri ‘y’ per entrare. E questo accade dalla mattina alle 9:00 fino alla sera alle 17:00, ininterrottamente. Ogni situazione bisogna analizzarla nella sua specificità».

Quindi, secondo lei, un subaffitto da parte di una società che ha due squadre può andare bene mentre da parte di una squadra giovanile che possiede più categorie no. Corretto?
«Certo»

E se i campi sono di ‘Roma Capitale’?
«Bisogna vedere come saranno le concessioni: se esse consentono o meno il subaffitto. Bisogna vedere i regolamenti comunali da studiare. Ci sono un mucchio di cose da studiare a riguardo»

Per carità, le chiedevo – per l’appunto – un parere a riguardo, dato che proprio in trasmissione, il direttore Minichino ha usato l’espressione corretta per qualificarla: il presidente dei presidenti delle società del Lazio.
«Io non posso dire nulla al momento perché non conosco i regolamenti comunali dei vari enti e c’è da ragionarci su. Se il subaffitto è regolamentato, nessuno può dire nulla alle società che lo praticano, ci mancherebbe altro. Anzi, può essere anche una forma per rientrare di qualche spesa aggiuntiva. Può essere legittimo e produttivo. Se adesso le dicessi che sono pro o contro il subaffitto così, sic et simpliciter, le direi una fesseria: non posso esprimermi e dare giudizi positivi o negativi a riguardo, cerchi di capire».

Le chiedevo un parere, infatti, se si fosse fatto un’idea a riguardo.




«No, non mi sono fatto nessuna idea, ancora, perché voglio prima vedere i regolamenti, regolarmi di conseguenza e – solo dopo – parlare».

Conoscere per deliberare, insomma, come il motto del Presidente Einaudi.
«L’unica cosa che conosco, in questo momento, è la difficolta di molte difficoltà riguardo gli impianti. Magari, dunque, prima abituate che le amministrazioni non chiedevano i soldi delle utenze e ora capita che nelle concessioni gliele chiedano (non le conosco tutte perché parliamo di oltre mille impianti solo di calcio a 11).  Sapere tutti i contenuti di tutte le concessioni non è facile, sarebbe da analizzarle tutte, dato che all’interno possono essere contenute delle indicazioni particolari».

Sei giocatori della Lazio e cinque della Roma al raduno della selezione Centro dell’Under 15

Dopo i raduni della Selezione Nord e Centro/Nord, mercoledì 2 novembre presso il CPO dell’Acqua Acetosa a Roma sarà la volta del terzo appuntamento stagionale per la Nazionale Under 15 con la Selezione Centro.

I 36 calciatori convocati dal tecnico Antonio Rocca si raduneranno in mattinata e nel pomeriggio si affronteranno in un’amichevole a ranghi contrapposti.

L’elenco dei convocati
Portieri: Giuseppe Ciocci (Cagliari), Giovanni Di Marco (Ascoli), Alessio Furlanetto (Lazio), Samuele Vitale (Sassuolo);
Difensori: Luca Aglietti (Roma), Alessio Buttaro (Roma), Riccardo Calafiori (Roma), Nicolò Casula (Cagliari), Giuseppe Ciafardini (Pescara), Nicolò Cudini (Bologna), Federico Donzelli (Ascoli), Franco Damiano (Lazio), Davide Mattei (Frosinone), Francesco Perlingieri (Frosinone), Jonathan Spedalieri (Fiorentina), Mattia Squizzato (Fiorentina);
Centrocampisti: Marco Bertini (Lazio), Edoardo Bove (Roma), Bruno Conti (Cagliari), Filippo Fuscagni (Perugia), Davide Masella (Pescara), Raffaele Munno (Fiorentina), Antonio Selvini (Frosinone), Federico Tempestilli (Lazio);
Attaccanti: Michele Antinori (Roma), Tommaso Finetti (Perugia), Marco Chiarella (Pescara), Marco De Bellis (Latina), Nicolas Laghi (Cesena), Simone Morleo (Fiorentina), Paolo Napoletano (Pescara), Filippo Paolocci (Ternana), Pietro Pennacchia (Racing Roma), Mattia Russo (Lazio), Jacopo De Sogus (Cagliari), Gabriele Di Chio (Lazio);
Staff – Allenatore: Antonio Rocca; Tecnico federale: Daniele Franceschini; Segretario: Francesco Lupi; Preparatore dei portieri: Graziano Vinti; Responsabile scouting: Mauro Sandreani; Osservatori: Massimo Piscedda, Vincenzo Leccese, Valerio D’Andrea, Roberto Camborata, Michelangelo Palladino, Cosma Calderaro; Fisioterapista: Andrea Cantera.

Calcio a 5, Virtus Ciampino, voglia di riscatto ma solo un pari contro la FB5

C’è una luce in fondo al tunnel, si chiama cuore, caparbietà, voglia di riscatto. In campo si sono visti piccoli passi in avanti, tanta buona volontà da parte di un gruppo smarrito che ha perso la strada maestra ma non il desiderio di ritrovarsi. Progressi che però non bastano ancora per i 3 punti, finisce infatti 2-2 la gara tra Fb5 e Virtus Ciampino.

Al fischio d’inizio è subito Signoriello a rendersi pericolosa con un tiro da fuori area, deviato da De Luca, che finisce alto sopra la traversa. Ci provano ancora Centola e Verrelli, ma le loro conclusioni non conoscono sorte migliore della precedente.

Verso la metà del primo tempo Felicetti, prima prende le misure e poi, approfittando di un regalo giallorosso, segna la rete del vantaggio delle padroni di casa. Allo stesso modo, De Luna va vicina al pareggio al 10° concludendo a lato e lo realizza 2 minuti dopo, mettendo sotto la traversa l’angolo battuto da Centola.
La Virtus trova coraggio, un palo scheggiato da De Luca, ma al 15° anche il vantaggio messo a segno sempre da De Luca che sfrutta al meglio l’assist di Verrelli.

Nel secondo tempo si rientra in campo lasciando il buon senso negli spogliatoi e si aprono praterie per le scorribande di entrambe le squadre. Centola sbaglia tutta sola davanti a Canu, l’Fb5 riagguanta il pareggio con Iacobucci su punizione.
Subentra l’insicurezza di una squadra non abituata a rimanere a secco di vittorie così a lungo. Subentra la paura ed una condizione fisica non eccellente che condizionano gli errori di De Luna e De Luca sotto porta. Incide anche un pizzico di sfortuna nella traversa colpita da Verrelli e alla fine risulta determinante D’Errigo che salva il 2-2 finale.

Qualche piccolo segnale si è visto, si attendono conferme domenica prossima contro la Salernitana, prima del turno di riposo che permetterà a mister Calabria di allenare le gambe e recuperare la testa. Il resto c’è.

Castelverde calcio: non solo vittorie sul campo, il club “fa gol” anche coi progetti sociali

Roma – E’ un periodo davvero molto positivo a livello strettamente sportivo per il Castelverde. La Prima categoria ha vinto la sua quarta partita consecutiva ed è al secondo posto solitario del gruppo F, mentre anche dal settore giovanile agonistico arrivano tante belle soddisfazioni così come “riempiono il cuore” i bambini della Scuola calcio. Ma il club del presidente Maurizio Fiorini è attivissimo anche sotto il punto di vista della solidarietà come racconta il direttore generale Clemente Longo parlando di due belle iniziative del sodalizio biancoverde. «La prima è legata ai centri di accoglienza del territorio, in particolare alle strutture di via Fosso dell’Osa (che è molto vicina al centro sportivo del Castelverde, ndr) e di via di Rocca Cencia. Il nostro club da ormai tre anni accoglie ragazzi di ogni età che vogliano fare un po’ di attività sportiva, aiutandoli a passare qualche momento di serenità e integrazione. Inoltre, tramite il nostro giocatore della prima squadra Meissa Maiga, stiamo aiutando alcuni bambini del Senegal fornendo loro un contributo economico utile magari per portare avanti gli studi e un po’ di materiale sportivo per divertirsi giocando a pallone». Ma il “filo diretto” con l’Africa e coi ragazzi dei centri di accoglienza non è l’unico progetto sociale che il Castelverde sta portando avanti. «Da un paio d’anni abbiamo aderito al programma ideato dal Comune di Roma e denominato “Sblocchi di partenza” – rimarca Longo – Nella sostanza andiamo incontro ai ragazzi che fanno parte di famiglie in difficoltà economica, permettendo loro di fare comunque un’attività sportiva e integrandoli nei nostri gruppi». In chiusura il direttore generale del club capitolino spende due parole anche sulla Prima categoria di mister Domenico Tripodi e del dirigente responsabile Fabio Gelli che sta viaggiando a ritmi molto alti. «La programmazione societaria rimane la medesima: vogliamo che il gruppo della prima squadra valorizzi quelle che sono le risorse tecniche cresciute nel nostro settore giovanile. E’ chiaro che fa piacere essere in certe zone di classifica, ma non diamo nessuna pressione al mister e ai ragazzi che devono solo pensare ad esprimersi come stanno facendo» conclude Longo

Il sito della testata che segue lo sport giovanile e dilettantistico della regione Lazio.