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Serie A | Lazio-Chievo 5-1, ancora una cinquina per la Banda Inzaghi

di Fabio BELLI (foto © Gian Domenico SALE)

Senza essere perfetta in difesa, la Lazio va avanti al ritmo di cinque gol a partita. Viene da pensare a dove possa arrivare la squadra di Simone Inzaghi, considerando la qualità espressa dai suoi solisti d’attacco proprio nel giorno in cui Ciro Immobile è alle prese con un infortunio (si spera lieve). E l’Olimpico chiude in visibilio per le prodezze offensive dei suoi gioielli.




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Immobile, luce contro l’azzurro tenebra. Perché la Nazionale non è… la Lazio

di Arianna MICHETTONI

Vero, il campionato in pausa è una noia mortale – quelle luuunghe ed interminabili domeniche, che magari piove, che magari c’è la suocera a pranzo, che Barbara D’Urso ha il monopolio pomeridiano (seppur la sua dose di trash sarà poi rinnegata tre volte prima dell’alba) o la televisione resta spenta ed è un quadro oscuro e profondo, un buco nero pronto ad inghiottire le nostre esigenze calcistiche. Vero, con i moderni mezzi di comunicazione si sta lì sul divano di un appartamento in un grigio condominio e si sbircia il proprio idolo in vacanza segnar doppietta con la compagna, i figli, gli amici, in un villaggio cinque stelle lusso ed improvvisamente tutto assume una nuova prospettiva di rifiuto milionario e di presa di coscienza – che svanirà, comunque, alla ripresa della massima competizione.

Vero, c’è quella sorta di apnea, di dissociazione, di passiva accettazione del centro commerciale nel primo weekend di saldi, e però tra anticipi e posticipi ed utilizzi sospetti del Var, tra classifiche corrette (o scorrette), serpeggia quel senso di sollievo – quasi un sentirsi più leggeri; quel palinsesto della seconda serata riempito di repliche o di banalissimi film che scivolano nel tubo catodico così come gli spettatori scivolano nel sonno. Insomma, tra le mancanze legate al campionato fermo, c’è un’assenza di cui si fa volentieri a meno: programmi sportivi dalla dubbia scaletta, dall’ospite esclusivo (o esclusivamente riciclato) che – il caso! – è tifoso proprio di quella squadra; studi riempiti di lucine e moviole, in gergo chiamati contenitori (e non è difficile immaginare cosa in realtà contengano).

Proprio in questi programmi sportivi, tanto seguiti da chi ha bisogno di conferme che esulino il calcio giocato, si è a lungo parlato (tra analisi e disamine) della débâcle azzurra; proprio in uno di questi programmi sportivi, in una serata di poker per Immobile – in una serata di Lazio, solo di Lazio – il bomber biancazzurro viene preso ancora ad immagine della mancata qualificazione nazionale, trascorsi ormai mesi e passati da dimissione a processi alle intenzioni. Era conveniente, prima, parlare di Ciruzzo in crisi, quasi una conseguenza del maltrattamento Lazio – che il numero 17 in crisi non c’è mai stato, non fosse stato per i torti arbitrali; è conveniente, adesso, trovare il capro espiatorio e trovarlo, guarda il caso, proprio in lui.

“Ciro, non potevi usare per la nazionale uno dei quattro gol realizzati?”, così, all’incirca: e la risposta è no, proprio no, assolutamente no, per almeno tre buone ragioni no. La prima, la più banale, scontata, lapalissiana: fiducia. La Lazio ha dato fiducia ad Immobile, quando lui, di nome e di fatto, se ne stava fermo e perso in una dimensione calcistica incomprensibile – fino all’incontro con Simone Inzaghi, mister, lui, che tutto può. Ed Immobile ha ripagato quella fiducia. Al contrario della nazionale, insomma, che alla fiducia non si è mai riferita quanto alla responsabilità, al dovere, all’onore – un gol sbagliato alla Lazio non è mai stato questione d’onore, invece.

La seconda, di non immediata percezione ma di facilissima comprensione: i compagni di squadra. Tanto ovvio quanto (poco) piacevole sia, la Lazio non sta in funzione di Ciro – si è tutti, tutti, parte di un unico, grande, complesso organico. Immobile nella Lazio è l’uomo ovunque ben servito da chi gioca con lui e non per lui – Immobile serve, nel duplice senso, serve con la casacca biancazzurra e serve ai compagni in casacca biancazzurra. Essere affiancato dagli ispiratissimi Milinkovic e Luis Alberto, o da un Felipe Anderson ritrovato, finanche da Basta (eppure basta non si direbbe mai): una coralità, quindi, che in un azzurro fatto di singoli più spesso avversari che amici di spogliatoio, fugge e sfugge via.

E la terza, infine, ultima ma non ultima e sottile (e affilata come un coltello): la convenienza. Ciò che conviene ha un’accezione totalizzante: conviene schierare i giocatori più in forma, conviene impostare il modulo tatticamente migliore, certo. Tuttavia conviene, pure, l’intermittenza per le luci della ribalta: se, in un periodo ipotetico dell’irrealtà, Immobile avesse realizzato il gol salvezza, il gol qualificazione, sarebbe stato portato in trionfo? Sarebbe stato portato in trionfo come il capocannoniere laziale? Tanto quanto oggi, invece, con la disfatta che spernacchia alle spalle, viene portato in dileggio – quasi fosse ironico il poker in Spal-Lazio?

Il week-end non e poi così lontano, che sollievo. Ancor più sollievo, però, è cambiare canale, è comporre quel numero conosciuto a memoria e attendere la voce al di là dell’apparecchio per commentare la partita – ché la domenica sportiva, è di tutti.

Lucas Leiva, cosa sei e dove sei: alla Lazio per vincere

di Arianna MICHETTONI

È alto più o meno così, ha quel fisico che ne leggi il nome sulle spalle e annuisci consapevolmente, è biondo, ha gli occhi azzurri, gioca a centrocampo. Una descrizione da “o l’uno o l’altro”, che sembra quasi che ci sia un destino – e un destino c’è, invero, lazialissimo destino. L’uno o l’altro, quindi: l’uno, che lo sguardo lo ha spesso spento o nascosto da un velo di lacrime; l’altro, che dopo aver rimediato di giustezza – prendendo palla eh! – all’offensiva di Cuadrado, composto ed impeccabile acconcia il ciuffo – quanto conta avere delle priorità, nella vita.

L’uno, che della Lazio è stato capitano ma “anche no, forse si, va bene accetto così poi resto, invece non voglio restare, valuterò, mediterò” ad un Inzaghi ed una tifoseria attonita – inspiegabile davvero, questo voltafaccia; spiegabile, davvero, dal mai (di)mostrato senso di appartenenza; l’altro, che dopo una carriera al Liverpool, in una scrollata di spalle è già ad Auronzo a far serata con i nuovi compagni – conquistandoli carismaticamente proprio tutti, tanto che a guardarlo si pensa che accidenti, è qui, neanche il tempo di annunciarlo che è già qui, è arrivato Lucas Leiva.

La dualità è quasi elemento fondante dei biancocelesti: la Lazio sa quel che è e soprattutto, di carattere e caratteristiche, quel che non è. E proprio non è squadra di rim-pianti, pretese ed isterismi: non uno è calcisticamente sopravvissuto alla debolezza di spirito, se affrontata dalla forza dei laziali – che è come un banco di prova per sognare in grande (o in piccolo, se non si è all’altezza della forza dei sogni).

Andar via dalla Lazio per vincere o venire alla Lazio per vincere: l’uno o l’altro, ennesima dicotomia. Tutto è in perfetto equilibrio su questa connotazione biunivoca, perché, se al destino ci si riferiva poc’anzi, è evidente che anche l’impegno e la lungimiranza sono qualità che o si hanno, o non si hanno – è questione di bivio.

Non vi è nulla di più patetico che inveire al cielo o alla terra – al campo – se tutto quel che sta intorno ricorda che ognuno è artefice della propria sorte: si può scegliere di piangere al termine di una partita, piangere di contentezza o disperazione, certo, ma sulle proprie gambe, sui tacchetti che si muovono per l’area, che non esiste nessun altro a decidere l’esito se non una buona (o cattiva) giocata personale. Ed ecco spiegato allora come l’uno la finale l’abbia persa e l’altro la finale l’abbia vinta. Entrambi nello stesso tempo e con la stessa maglia, eppure: venti, venti di tempesta, venti seminati e raccolti poi in panchina; e sei: Lucas Leiva, cosa sei e dove sei; la colonna portante del centrocampo laziale e sì, è lì che sei, nel cuore dei tuoi nuovi tifosi – lì dove uno non è mai stato.

EDITORIALE | Lazio e Nainggolan: cuori che battono a ritmi diversi

di Arianna MICHETTONI

Questa non è analisi retorica. Questa non è la classifica cannonieri. Questa non è l’azione smarcante, questo non è il pallone filtrante. Non è il tiro che colpisce la traversa, il palo interno e poi carambola in rete, nemmeno. Questo non è il campo di allenamento e intorno non ci sono gli spalti, e sopra non c’è il cielo, e intorno non c’è aria.

Questa non è la vita che scorre in 90 minuti e di quei 90 minuti si porta avanti un commento che qui, ancora, non c’è.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore – ecco, di cuore. Questo è un cuore. Un cuore che batte, se si è molto molto fortunati, un cuore che pompa sangue pulito e ossigeno. Questo è un cuore che accelera veloce durante una corsa, che filtra adrenalina durante una partita, che pulsa – lo fa mediamente settanta volte (settantuno, meglio) al minuto. Quattromiladuecento volte all’ora. Continua a contrarsi persino quando gli si chiede di non farlo – persino quando subisce un torto (arbitrale?) il cuore non tace. Continua la sua folle corsa che è tutta destino, salta gli ostacoli, si fa beffa del petto in cui sta. Il cuore è uguale nel santo e nel peccatore – non è democratico, no: è universale. Tutti ne hanno uno, anche chi finge di non averlo. Sì, anche Nainggolan ha un cuore: lui bestemmia e il cuore batte, lui fuma e il cuore batte, lui beve e il cuore batte. Il cuore di Nainggolan, insomma, batte, batte pure coperto dalla casacca giallorossa. Anche la delegazione biancazzurra, in visita agli ospedali di Roma e provincia, ha la sua giusta ed equa distribuzione di cuori. Il cuore allora si trova ovunque, generalmente rappresentato da due semicerchi convergenti in un vertice – un’immagine nota a tutti, scarabocchiata da tutti.

Eppure non può essere tutto qui, no, non può ridursi tutto ad una produzione su larga scala di organi interni disciplinatamente organizzata, non c’è una massificazione del cuore, una banalizzazione del cuore – un cuore stereotipato, cos’è. Eppure, se il cuore avesse una forma diversa, una struttura diversa, un colore diverso, una diversa posizione, se potesse distinguersi, solamente distinguersi, come potrebbe addurre un segno identificativo che significhi che quel cuore è uno solo, uno soltanto, dato ad una sola persona, non intercambiabile; dove potrebbe stare il marchio depositato, nelle venature forse. O ancora, meglio: nell’interezza. Un cuore è integro o non lo è. È rotto, o non lo è. Funziona, o non funziona. O è sano, o è malato.

Un cuore che non funziona lo si riconosce dalle parole che pronuncia: nessun cuore malfunzionante ha mai formulato frasi ben funzionanti. Un cuore ben funzionante non ha mai avuto espressioni ingiuriose o disprezzo per la vita – ché il disprezzo per la vita si intende in pensieri, fatti ed esempi, ad esempio il fattivo consumo di alcolici. Non una volta il cuore malfunzionante ha elogiato il suo opposto: tra malfunzionamento e maldicenza la strada è la parallela della malefatta, perché una malazione si riconosce – e si propaga la malvagità.

Un cuore malato, purtroppo, non può liberamente stare tra i cuori sani: deve indossare una mascherina, che è un po’ uno scudo dall’esterno per evitare che la condizione peggiori, che è un po’ una barriera (in)visibile tra il male e il bene – in fin dei conti, il bene.
La malattia, però, si può guarire – il malfunzionamento, invece, si può aggiustare: e sarebbe quindi buon funzionamento.
Il cuore funziona bene battendo – continuando a battere, ancora funziona. Il ritmo del battito: ecco il cenno distintivo. Se è all’unisono, allineato tra piccoli pazienti e grandi calciatori, è l’ingranaggio che muove, muove le braccia, muove la speranza. Se alterato, come una molla che salta e rimbalza e schizza via, schizzata davvero, che nessuno l’ha più vista, è inutile.

LA CRONACA | Lazio-Fiorentina 1-0: lampo di Lulic dopo 5′ ed è semifinale!

di Fabio BELLI (foto © Gian Domenico SALE)

Basta un poco di Lulic e la Fiorentina va giù. Pillola dolcissima per Inzaghi, che si conferma implacabile in Coppa, amara per Pioli, anche se la Lazio per conquistare la semifinale di Coppa Italia ha dovuto gestire, compito non sempre nelle sue corde. Ma stavolta non ci sono state sorprese, solo applausi di un Olimpico festante a Santo Stefano.

FORMAZIONI – Un attacco influenzale ferma Immobile, presente in panchina assieme a Luis Alberto, ma Inzaghi dà spazio a Caicedo al fianco di Felipe Anderson. Centrocampo titolare per i biancazzurri, in difesa tornano Radu e Bastos. Più turn over per Pioli che oltre a Dragowski in porta schiera Milenkovic, Vitor Hugo e Bruno Gaspar rivoluzionando la difesa. A centrocampo e in attacco meno seconde linee, anche se c’è Saponara al posto di Giovanni Simeone.

A LULIC BASTANO 5′, TEGOLA CAICEDO – Alla Lazio bastano 5′ per trovare il vantaggio: Lucas Leiva vince un prezioso contrasto a centrocampo, Milinkovic-Savic si impossessa del pallone e avanza scaricando sulla sinistra per Lulic. Il bosniaco rientra disorientando Bruno Gaspar e con una rasoiata piazza il pallone all’angolino dove Dragowski non può arrivare. Allo scoccare dell’8′ la reazione della Fiorentina arriva con una conclusione dello stesso Bruno Gaspar, che finisce non di molto a lato. Al 13′ Lazio vicina al raddoppio: Felipe Anderson innesca Caicedo che si allarga sulla destra e supera Dragowski, trovando però il salvataggio sulla linea di Bruno Gaspar, ancora lui. A metà primo tempo tegola però per Simone Inzaghi: Caicedo si accascia a terra e non è in grado di proseguire la partita, il tecnico laziale deve giocarsi suo malgrado la carta Immobile.

OCCASIONI SPRECATE – Con Immobile comunque la Lazio non è che perda in efficacia offensiva, anzi. Alla mezz’ora ottima ripartenza con Felipe Anderson che serve il centravanti, la conclusione è potente ma sorvola di poco la traversa. Al 39′ la chance è ancora più ghiotta: Felipe Anderson recupera un buon pallone su Sanchez, avanza palla al piede e serve Immobile sulla destra, che a sua volta pesca Lulic a centro area. La conclusione del Capitano laziale si rivela però un assist per Dragowski. Al 45′, break a centrocampo di Milinkovic-Savic che serve Felipe Anderson: il serbo chiede il pallone di ritorno, ma il brasiliano tenta un colpo da biliardo un po’ improbabile, che si spegne sul fondo. Dopo 1′ di recupero, si va al riposo con la Lazio in vantaggio di misura, risultato stretto per la squadra di Simone Inzaghi alla luce di quanto visto nel primo tempo.

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STRAKOSHA, CHE INTERVENTO! – Sicuramente la Fiorentina ha fatto troppo poco nel primo tempo e Pioli ne prende atto, operando un doppio cambio prima della ripresa del secondo tempo: dentro Eysseric e Simeone, fuori Benassi e Saponara. Al 3′ ci prova Veretout con una frustata dalla lunga distanza bloccata a terra da Strakosha. Al 14′ è invece il momento di Jordan Lukaku al posto di Felipe Anderson. Al 20′ è la Fiorentina ad avere però la sua prima grande chance della partita, con una conclusione a girare di Federico Chiesa che Strakosha toglie letteralmente dall’angolino basso alla sua sinistra. Nel “terzo quarto” di gara è comunque una Lazio abbastanza chiusa nella propria metà campo, senza la brillantezza della prima frazione di gioco.

CHIUSURA TRANQUILLA – La Lazio prova a uscire dal suo guscio e al 26′ una strepitosa accelerazione di Immobile viene fermata proprio a un passo dalla conclusione a rete. 2′ dopo Pioli si gioca l’ultimo cambio con Gil Dias inserito al posto di Bruno Gaspar. Al 36′ grande percussione di Lulic che si accentra bene ma tira di nuovo addosso a Dragowski. Al 42′ l’ultima sostituzione laziale è Luis Alberto inserito in luogo di Milinkovic-Savic. Ma la Lazio non soffre e dopo 3′ di recupero Inzaghi e i suoi possono festeggiare la qualificazione.

IL TABELLINO

LAZIO-FIORENTINA 1-0

Marcatori: 6′ Lulic (L)

LAZIO (3-5-2): Strakosha; Bastos, de Vrij, Radu; Basta, Parolo, Leiva, Milinkovic (87′ Luis Alberto), Lulic; Felipe Anderson (59′ Lukaku), Caicedo (26′ Immobile). A disp. Vargic, Guerrieri, Wallace, Patric, Luiz Felipe, Marusic, Murgia, Nani, Palombi.  All. Simone Inzaghi

FIORENTINA (3-5-2): Dragowski; Milenkovic, Astori, Vitor Hugo; Gaspar (74′ Gil Dias), Benassi (46′ Eysseric), Sanchez, Veretout, Chiesa; Saponara (46′ Simeone); Babacar. A disp. Sportiello, Cerofolini, Laurini, Olivera, Biraghi, Badelj, Cristoforo, Thereau. All. Stefano Pioli

ARBITRO: Damato (sez. Barletta).

Ass: Carbone-La Rocca. IV: Sacchi. VAR: Maresca. AVAR: Di Vuoto

NOTE. Ammoniti: 35′ Gaspar (F), 79′ Strakosha (L), 83′ Veretout (F) Recupero: 1′ pt; 3′ st.

Basta distribuire patenti di lazialità

di Arianna MICHETTONI

Che poi a “l’importante è partecipare” non ci ha mai creduto nessuno, ed è pure giusto che sia così – a cosa serva partecipare senza ambizione non è un mistero, è un paradosso. Quindi, sugli spalti, l’importante è partecipare? Lì sul divano, impugnando il telecomando che è lo scettro del potere dell’uomo medio, l’importante è partecipare (con un profilo social)? Dietro i cancelli di Formello, a sbirciare la vita biancazzurra che scorre parallela a quella del tifoso, l’importante è partecipare?

Inutile girarci intorno: la risposta è no. Si ha quasi un bisogno congenito di sentirsi di più. Migliori. Più esperti nel commentare il calciomercato, migliori nell’analisi tecnico-tattica della partita, più vicini alla squadra. Quel che manca, però, è il termine di paragone: ci si compara a chi, a cosa? Al vicino, certo – se non fosse che, a guardarlo bene in faccia, il vicino ha la stessa curva laziale sul viso.

E il problema, se mai ce ne fosse soltanto uno, è emerso proprio al termine di Zulte – Lazio: l’inutilissima gara di Europa League, ricordata esclusivamente per il ritorno in campo di Felipe Anderson e per quel gol di tacco – roba di poco conto davvero, giusto uno strilletto, gli occhi si sono appena appena strabuzzati, ma eccezionale non è, insomma, è Lucas Leiva – del numero 6 della Lazio. Al termine dell’inutilissima gara, quindi, c’erano due formazioni nettamente distinte e ben compatte – no, no, non titolari di Inzaghi e riserve di Inzaghi; i due blocchi contrapposti non avevano anzi alcuna connotazione distintiva: stesso luogo, stessi colori, stessi ricordi. Che a vederli dall’esterno è solo una gran confusione – dove mai bisognerà andare, in quale dei due schieramenti? Sembrano uguali – sembrano.

Da una parte i laziali e dall’altra parte… i laziali, davvero. Da una parte i critici di Vargic-dell’inguardabile Caicedo-del “non si possono subire tre gol dallo Zulte!”, dall’altra i critici dei critici di Vargic-dell’inguardabile Caicedo-del “non si possono subire tre gol dallo Zulte!”. Nel mezzo, poi, un gran vociare e di accusare i disamorati, i lazialunti, i lazialoni, ciao gufi, ad agosto si era detto che… – e una costante, una ferma certezza: io sono più laziale di te, io sono un tifoso migliore di te. Io, io, io. Migliore, migliore, migliore.

Ripetuto come un mantra pure mentre il Var danneggiava la Lazio – già, esemplare è stata la partita contro la Fiorentina: gli uomini di Inzaghi avrebbero vinto 1 a 0, poco da aggiungere. Unoazero, forse risultato poco dignitoso ma legittimo, tre punti (al posto di uno) e una classifica da disegnare. E invece, immancabilmente, arriva la penalizzazione arbitrale – e invece, immancabilmente, arriva il sostenitore del “io-l’avevo-detto-che”: io l’avevo detto che bisognava chiuderla la partita, io l’avevo detto che era da segnare il secondo gol, io l’avevo detto che la squadra era in calo/poco lucida/svogliata. Io l’avevo detto e io sono un tifoso migliore di te, di te che incolpi l’ingiustizia del Var.

Io l’avevo detto, invece, che la Lazio ha bisogno della gente laziale: nome collettivo, nessuno escluso. Dei biondi e dei mori, degli alti e dei bassi, dei mai-contenti e dei sempre-contenti: tutta, tutta la gente laziale. Compatti a fronteggiare il solito, becero trattamento mediatico – condannandolo all’unisono; compatti a fronteggiare il solito, becero trattamento politico – la costruzione dello stadio vale per tutto.

Poi ditelo, sì, di essere migliori: migliori degli altri, però, dei non laziali.