Lazio e Diritti tv: la “bufala” del calo degli introiti e i calcoli (forse volutamente…) errati

Lazio e Diritti tv: la “bufala” del calo degli introiti e i calcoli (forse volutamente…) errati
di Arianna MICHETTONI
Saper copiare è una virtù, bisogna però paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno: una sorta di dettame postmoderno da unire alle raccomandazioni giornalistiche rodaggio di un tempo e luogo anticamente ai margini del villaggio globale. I giornali dovrebbero – si afferma nelle nuove teorie – dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti – detto fatto: la battuta è tuttavia incentrata sulla pratica minuziosa di sezionamento di una diceria, la voce che di bocca in bocca diventa notizia. Diritti TV: Lotito rischia di perdere 5 milioni di euro – uno splendido fatto per alcuni, non verificato ma distorto, ampliato, manipolato da una costante componente mediatica deviata; giorno di giubilo e di ampi sorrisi che scintillano alla luce del distruttivismo modaiolo laziale. In tale paragone, ovviamente, la stagione 2014/2015 viene contrapposta alla proiezione 2015/2016: un calcolo in prospettiva assegna alla Lazio un provente di circa 57 milioni di euro, da comparare ai 62 milioni di euro incassati nell’anno calcistico passato. La polemica infiamma: a Lotito, sempre bersaglio delle invettive altrui, viene imposto un conto alla rovescia apocalittico – è il protagonista cui fa difetto la consapevolezza della fragilità del contesto, ormai friabile sotto il peso di una decennale iniziativa sovversiva. Si fa fronte compatto ed omogeneo, ci si scambiano idee e opinioni, il commento assume una visibilità tanto maggiore quanto pregnante in ogni scambio comunicativo – tutto molto partecipativo, parole su parole che nel “qui ed ora” digitale condannano il patron biancoceleste. Un copione ben organizzato in cui ci si è dimenticati però la nozione principale: la verifica dei dati. Quel click mancante tra l’uomo pensante e il burattino da contestazione: la Lazio, nell’annata 2014/2015, ha un ricavo di base stimato intorno ai 51 milioni di euro – non un decremento, quindi. È che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, o di chi ignora che la cifra raggiunta dalla società biancoceleste è suscettibile dei meriti sportivi: ovvero dei diritti TV di Coppa Italia e Supercoppa Italiana, competizioni disputate dalla Lazio e i cui ricavi sono stati sommati al computo iniziale. La Coppa Italia monetizza ogni passaggio del turno e dispone un montepremi che assegna 1,4 milioni di euro alla finalista (e 2,5 milioni di euro alla vincitrice) a cui va a sommarsi la spartizione dell’incasso al botteghino; la Supercoppa Italiana valuta invece la partecipazione suddividendo equamente la cifra disposta dal Paese ospitante la partita (1,5 milioni ad entrambe le squadre – gli organizzatori cinesi non fanno distinzioni tra vincitori e sconfitti – oltre al pagamento di tutte le spese di viaggio e soggiorno). Una semplice addizione che, pur ben lungi da astruse e selettive  logiche matematiche, distingue tuttavia coloro dotati di senso critico – o, più in generale, di spirito d’osservazione non conformista. La stima per la stagione 2015/2016, nella giusta cornice, conferma dunque nuovamente la costante crescita dei proventi biancocelesti: si è passati dai quasi 43 milioni di euro nell’annata 2011/2012, ai poco più di 47 milioni di euro del 2012/2013, ai circa 50 milioni incassati nel 2013/2014. Quali sono però i criteri che ripartiscono i diritti televisivi? La Lega di Serie A, com’è noto, non comunica ufficialmente i valori assegnati alle singole squadre su base annuale. La “Legge Melandri” disciplina i parametri di ripartizione secondo 6 distinte voci percentuali: una prima quota, pari al 40% del totale, è assegnata in parti uguali a tutte le squadre; una seconda quota, pari al 30% del totale, viene assegnata sulla base  del numero di sostenitori (25%) e della popolazione residente nel comune dove giocano le squadre (5%); una terza quota, infine, pari ad un altro 30% del totale, viene divisa sulla base dei risultati sportivi: la classifica dell’ultima stagione vale il 5%, il quinquennio precedente il 15% e i risultati storici dal 1946 alla sesta stagione antecedente quella in corso il 10%. Particolare attenzione va prestata alle modalità di assegnazione della seconda quota, corollario della protesta “stadio vuoto” laziale: i “sostenitori” sono il numero di tifosi attribuiti ad ogni società in base a triennali rilevazioni di mercato – inchieste statistiche (approvate e negoziate nelle Assemblee di Lega di Serie A) e media ponderata dell’Auditel; i “cittadini” sono invece il numero di abitanti della città in cui ha sede la squadra – e in presenza di due squadre appartenenti alla stessa città (Milan ed Inter, Roma e Lazio, Juventus e Torino, Genoa e Sampdoria, Chievo ed Hellas Verona) il totale degli abitanti vale per ciascuna delle due. Al netto quindi di emigrazioni massicce e di risposte trabocchetto a quesiti statistici, l’appartenenza ai colori biancocelesti – legittima o svilita dall’atteggiamento ostinatamente disfattista – è ancora assicurata.
Nella Serie A l’attuale sistema di divisione dei diritti televisivi è in vigore dalla stagione 2009/2010, ed ha sostituito una precedente ripartizione che avveniva sulla base di trattative gestite dalle squadre. Ciò ha portato, oltre ad una democratizzazione della proporzione grandi/medie/piccole – nel gergo comune, riferendosi alle società facenti parte del massimo campionato italiano – , ad un rigido status quo: i ricavi rimangono sostanzialmente immutati, se non per oscillazioni derivanti dai risultati sportivi – perché la ripartizione dei diritti TV premia pure il piazzamento nell’ultimo campionato. Solo l’aumento o la diminuzione dei diritti televisivi, o una promozione o una retrocessione, possono cambiare questo scenario. E appunto di aumento trattasi la crescita di circa 130 milioni di euro della cifra derivante dalla vendita dei diritti televisivi, parte dell’effetto dell’entrata in vigore del nuovo accordo triennale (2015/2018): approvato dopo innumerevoli incontri, battaglie (o sottili giochi di potere) e nuove accezioni del concetto di meritocrazia da opporsi al contributo a favore delle squadre retrocesse, l’accordo dovrebbe prevedere l’incremento del paracadute (la quota da destinarsi alle ultime classificate) e l’identificazione di coefficienti diversi per distribuire i restanti milioni in maniera tale da premiare in particolare le squadre posizionatesi nei primi dieci posti del campionato. Si avrà, o si dovrebbe avere, una distribuzione più equilibrata delle risorse incrementali. Con la mediazione di Claudio Lotito e quattro ore di riunioni separate (da una parte Juventus, Napoli, Roma, Inter, Milan e Fiorentina; dall’altra le restanti 16 squadre facenti parte della Serie A) la soluzione trovata ha avuto l’opposizione solo di Chievo Verona e Palermo.

Redazione

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