Giorgio de Chirico. A Modena L’ultima metafisica
di Giuseppe MASSIMINI
Non passa mai inosservata una mostra su Giorgio de Chirico. C’è sempre qualcosa da scoprire o da approfondire nel cammino di uno dei protagonisti dell’arte del Novecento. La nuova ala del Palazzo dei Musei di Modena ospita la mostra Giorgio de Chirico. L’ultima metafisica (fino al 12 aprile). Curata con rigore da Elena Pontiggia, si sofferma su gli ultimi dieci anni della produzione del maestro, dal 1968 al 1978, anno della sua scomparsa. Offre uno sguardo ravvicinato sulla sua rinnovata e straordinaria stagione creativa, nota come neometafisica, quando de Chirico torna a dipingere, con nuove rielaborazioni e invenzioni, temi e motivi che avevano animato la sua pittura dagli anni Dieci ai primi anni Trenta. De Chirico avvia questa nuova stagione all’età di 80 anni. La svolta gli viene riconosciuta per la prima volta nel 1968 da Dino Buzzati. Nel recensire la mostra ospitata nella galleria milanese di Alexander Jolas, dopo aver criticato poco prima le repliche “meccaniche” dell’artista, gli riconosce nella nuova produzione l’inizio di un “nuovo” de Chirico.

La denominazione “neometafisica”, invece, nasce ufficialmente nel 1970, quando il curatore della mostra di Hannover, Wieland Schmied, parla di un “periodo neometafisico” contrassegnato dal ritorno ai temi metafisici con spirito rinnovato.
Sarà poi Renato Barilli, in Presenza assenza del 1974, ad approfondire il valore della pittura ultima di de Chirico, così come nel 1982 Maurizio Calvesi scriverà un libro fondamentale dal titolo La metafisica schiarita. Certamente de Chirico sapeva come condurre questo nuovo inizio Si Allontana dalla visione nichilista e inquieta degli anni Dieci e reinterpreta, in chiave più serena, sebbene ancora venata di malinconia, i temi del passato. Alla pittura densa e corposa del periodo “barocco”, de Chirico sostituisce una pittura limpida, fondata sul disegno e sulla costruzione nitida delle forme. La mostra riunisce una cinquantina di opere provenienti dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. A documentare questa fase conclusiva, ma tutt’altro che secondaria, del suo percorso creativo, alcuni capolavori come Ettore e Andromaca davanti a Troia (1968), L’astrologo (1970) e Sole sul cavalletto (1973).
In queste e in altre opere dello stesso periodo – come Il segreto del castello, Interno metafisico con pere e Il segreto della sposa – de Chirico non si limita a ripetere sé stesso, non compie dei passi indietro sulle proprie orme , ma rielabora un rinnovato linguaggio di felicità inventiva mai appiattito rispetto alle ricerche delle avanguardie. Un’esperienza che non può non apparire stimolante ed essenziale per tutto il percorso dell’arte moderna.